Svezia verso le larghe intese: i socialdemocratici vincono a metà. Boom degli euroscettici

All’indomani delle elezioni politiche, la Svezia fa i conti con il rischio ingovernabilità e, quindi, con la necessità di un governo di larghe intese. Hanno vinto i socialdemocratici, ma il loro 45% circa (il dato definitivo non è ancora stato ufficializzato) non basta per tenere le redini del Paese: serve una maggioranza qualificata, che non è stata espressa dalle urne. Non a caso una delle prime dichiarazioni del leader, Stefan Löfven, rilasciata già nella notte, è stata sul fatto che è «pronto a esplorare la possibilità di formare un governo» aperto ad «altri partiti democratici» che vorranno lavorare con lui in Parlamento. Löfven, invece, ha escluso esplicitamente la possibilità di lavorare con il partito della destra euroscettica di Jimmie Åkesson, che ha rappresentato la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Alle elezioni del 2010, le prime in cui ha corso, ha ottenuto il 5,75% e 20 deputati. Le stime della vigilia lo attestavano intorno agli stessi numeri invece li avrebbe doppiati, andando ben oltre il 10%, forse arrivando anche al 13% (anche in questo casi i risultati definitivi devono ancora arrivare). Il messaggio del leader socialdemocratico, che guida una coalizione di cui fanno parte anche Verdi e sinistra, dunque, era rivolto essenzialmente al premier uscente Fredrik Reinfledt, che in giornata dovrebbe rassegnare le dimissioni, come ha lasciato intendere chiaramente di fronte ai primi risultati elettorali. Reinfledt è a capo di una variegata coalizione di centrodestra che, secondo i primi dati, ha raccolto poco meno del 40%. Secondo gli osservatori, l’ex premier non è stato punito per aver malgovernato, ma per aver acuito il divario tra ricchi e poveri e aver avuto delle politiche troppo rigide in fatto di immigrazione. Il risultato della destra di Åkesson, però, sembra indicare una Svezia che sul tema dell’accoglienza e dell’estensione senza freni dei diritti individuali è meno liberale di come viene raccontata. Il suo partito, infatti, si è presentato come voce delle classi svedesi più deboli, intercettando quindi il disagio sociale interno al Paese, ma ha anche proposto un programma rigoroso in fatto di immigrazione e diritti civili. «Siamo evidentemente noi l’ago della bilancia», è stato il primo commento di Åkesson, che in molti paragonano al britannico Nigel Farage o alla francese Marine Le Pen e il cui risultato conferma l’onda lunga dell’affermazione della destra in gran parte d’Europa. Anche dell’Europa del Nord, come dimostrano i risultati di Danimarca, Olanda e Norvegia, cui ora va aggiunto anche quello della Svezia.