Sull’articolo 18 Renzi avrà bisogno di Berlusconi. Ma a quel punto dovrà dimettersi

Jobs Act: uno a zero per Renzi e palla al centro. Non v’è dubbio alcuno che i numeri emersi nella Direzione Nazionale autorizzino il premier a coltivare la prospettiva di una navigazione parlamentare tranquilla per la sua riforma del mercato del lavoro. La “vecchia guardia” dalemian-bersaniana è uscita a dir poco malconcia dal confronto interno, addirittura spaccata e sbandata. C’è, tuttavia un però: la Direzione non è lo specchio dei gruppi parlamentari. Qui l’antica nomenklatura è ancora forte e persino in grado di rimontare lo svantaggio. Secondo un’accurata analisi dei numeri al Senato, al netto del dissenso, il governo può contare su una maggioranza di appena sei voti. Un margine risicatissimo, che può trasformare la prospettiva in illusione.

Per Renzi sarebbe un bel guaio veder passare il Jobs Act con i voti determinanti di Forza Italia e così trasformare un tema di straordinario impatto identitario per la sinistra in un’appendice di quel Patto del Nazareno in cui il Corriere della Sera ha fiutato “stantìo odore di massoneria”. Vero è che Renato Brunetta si è subito preoccupato di prendere le distanze dall’ultima versione dell’articolo 18 annacquandone il valore “epocale” ed evidenziandone la sostanziale continuità con le disposizioni attuali, ma è altrettanto vero che in Forza Italia decide solo Berlusconi. E se a salvare il provvedimento risultasse determinante il “soccorso azzurro”, Renzi non potrebbe far finta di niente o uscirsene con una battutina più o meno salace in un tweet. Al contrario, dovrebbe trarne immediatamente le conseguenze politiche dichiarando finita l’attuale maggioranza e rassegnando le dimissioni nelle mani di Napolitano.

È una regola aurea delle democrazie parlamentari, a maggior ragione nel caso di un presidente del Consiglio – come appunto Renzi – espressione di una manovra di Palazzo priva di un’indicazione popolare. A quel punto ogni strada diventerebbe percorribile, dal governo tecnico alle elezioni anticipate.

Fantapolitica? Può darsi, ma bisogna partire dalla consapevolezza che per i partiti la madre di tutte le battaglie resta la legge elettorale. Quella attuale – il Consultellum – non prevede premi di maggioranza. Non obbliga, quindi, ad alleanze preventive e – soprattutto – ripristina la preferenza impedendo di fatto ai leader di poter plasmare a propria immagine i gruppi parlamentari, operazione invece consentita dall’Italicum, successore del Porcellum, il cui meccanismo di nomina fu a sua volta mutuato  da una legge approvata – guarda caso – in  Toscana, anche allora auspice Verdini. Quell’accordo è l’antenato del Patto del Nazareno, il cui succo politico consiste proprio nel poter continuare a nominare i parlamentari. Pensare che D’Alema, Bersani e compagni della vecchia “ditta” ex-post e neocomunista non se ne siano accorti, può rappresentare per Renzi un’imperdonabile ingenuità.