Scambio embrioni, parla il papà dei gemellini contesi: «Crescono con noi, un giorno conosceranno la verità»

«Sappiamo bene che in questo stesso momento c’è un’altra coppia che soffre. E nonostante io e mia moglie siamo riconosciuti dalla legge come il padre e la madre legittimi dei bambini, siamo profondamente dispiaciuti per loro». In un colloquio alla Stampa, il papà dei gemellini contesi, nati il 3 agosto e protagonisti dello scandaloso scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma lo scorso 6 dicembre, comprende assieme alla moglie il dolore dell’altra coppia, ma di fare passi indietro non se ne parla. I bambini, sottolinea, «hanno diritto all’innocenza e alla serenità come tutti gli altri bambini. Certo siamo consapevoli che arriverà il giorno in cui dovremo raccontare loro che cosa è successo. E lo faremo. Ma oggi la nostra unica priorità è che possano crescere pacificamente». Non a caso la coppia  non ha ancora fatto rientro a Roma e preferisce rimanere all’Aquila dove i bambini sono nati in anticipo rispetto alla data prevista per il parto. Le paure non sono passate soprattutto dopo la richiesta della coppia genetica di affidare temporaneamente i bambini a un istituto o a una casa famiglia: «Io e mia moglie rimanemmo sbalorditi  nell’apprendere la proposta. Comprendiamo la sofferenza di quella coppia, ma sinceramente il bene dei gemelli viene prima di tutto. E il loro bene non consiste certo nell’essere trasferiti in una struttura socio-sanitaria». I genitori hanno anche il timore che il caso venga strumentalizzato a livello mediatico: «Pochi giorni fa ci avevano detto che la foto dei nostri gemellini era stata pubblicata su una rivista: alla sola idea ci è venuto un colpo. Per fortuna invece si trattava dell’immagine di un maschietto e una femminuccia che nulla hanno hanno a che vedere con i nostri figli». La coppia rimasta senza figli fa sapere, sempre attraverso La Stampa, che per il momento continuerà a cercare il dialogo con l’uomo e la donna che hanno riconosciuto i gemelli. «Siamo stati tacciati  di essere stati giuridicamente aggressivi – afferma il loro avvocato Nicolò Paoletti – Prima di stabilire se faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo puntiamo fermamente al dialogo».