Renzi apre ai sindacati: trattiamo. Ma D’Alema e Bersani attaccano: no al metodo Boffo contro chi dissente

“Superare i tabù che ci hanno caratterizzato in questi anni”. Questa la proposta del premier Matteo Renzi alla direzione Pd, cui ha prospettato una “profonda riorganizzazione del mercato del lavoro e anche del sistema del welfare”.Quindi ha ammonito la minoranza: “Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta”. Renzi ha ricordato che la percentuale ottenuta alle europee è un mandato per il cambiamento ed entrando nel merito dell’articolo 18 ha detto che “il rispetto del diritto costituzionale non è nell’ avere o no l’art. 18, ma nell’avere lavoro. Se fosse l’art.18 il riferimento costituzionale allora perché per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più?”.

In realtà Renzi ha compiuto alcune timide aperture: ai sindacati innanzitutto, invitandoli al confronto su tre punti ben precisi (rappresentanza sindacale, contrattazione di secondo livello, minimo salariale), e poi alla minoranza pd accettando la possibilità del reintegro di fronte ai licenziamenti per motivi discriminatori o disciplinari. 

A nome della minoranza a Renzi ha risposto Gianni Cuperlo: “Hai davanti a te una parte del Pd che vuole innovare ma che non è disposta a rinunciare a una quota delle sue convinzioni. Trova una soluzione condivisa, fatti carico di questa parte del Pd, la forza di un leader non è tirare dritto ma motivare il suo popolo”.

I più duri sono stati gli interventi di D’Alema e Bersani. Il primo ha accusato Renzi di essere un bravo oratore ma di non conoscere la realtà: “Penso con sincero apprezzamento per l’oratoria che è un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti e questo comincia ad essere percepito nella parte più qualificata dell’opinione pubblica. Meno slogan, meno spot e un’azione di governo più riflettuta credo possa essere la via per ottenere maggiori risultati”. Pier Luigi Bersani ha rivendicato il diritto al dissenso: “Cerchiamo di raffreddarci un po’ la testa perché abbiamo i problemi dell’Italia da affrontare. Io dico la mia che non è di quello del 25%, del conservatore o di uno che cerca la rivincita o gioca la partita della vita. Attenzione: noi andiamo sull’orlo del baratro non per l’art.18 ma per il metodo Boffo, uno deve potere dire la sua senza che gli si tolga la dignità e io voglio discutere prima che ci sia un prendere o lasciare”. Nonostante i toni poco concilianti di D’Alema e Bersani si è lavorato per ore a un documento unitario (ci hanno lavorato il vice-segretario Lorenzo Guerini insieme a Roberto Speranza, Guglielmo Epifani e Cesare Damiano di area riformista) ma la trattativa è saltata: impossibile una sintesi condivisa.