Povero Festival di Venezia: tra pugnetti chiusi e attori “compagni” è diventato una festa dell’Unità

Il dubbio che quest’anno in laguna spirasse forte il vento di una certa politica ci era venuto all’annuncio che la madrina del Festival di Venezia sarebbe stata Luisa Ranieri, un’attrice italiana protagonista di capolavori non proprio immortali della cinematografia mondiale (da “Mozzarella stories” a “Sms” e “Colpi di Fulmine”) ma ottimamente sposata con un pupillo della sinistra in celluloide, Luca Zingaretti, fratello di uno dei big del Pd, Nicola. Bellissima donna la Ranieri, sia chiaro, ma forse i grandi nomi internazionali che hanno solcato il red carpet, da Viggo Mortensen a Michael Keaton, fino a Emma Watson, si saranno chiesti chi fosse quella simpatica signora che abbracciava e baciava tutti come fossero colleghi. Qualcun altro invece si sarà chiesto chi fosse quel pennellone vestito da pinguino che sfilava in passerella con un paio di pantaloni larghissimi, tra i sorrisini dei fotografi, prima di scoprire che in Italia al festival di Venezia un ministro della Cultura Senza Soldi, come Dario Franceschini, non poteva certo mancare.

Ma si sa, questa sinistra renziana, quando ci sono i riflettori, manifesta lo stesso provincialismo di un sindaco di campagna alla sagra della porchetta del paese, roba da far rimpiangere lo stile-Veltroni. Il Festival di Venezia, quest’anno, propone comunque un ottimo cartellone, dimostra di reggere il confronto con gli omologhi eventi internazionali e tutto sommato lancia anche qualche novità italiana interessante, come la pellicola di Pierfrancesco Savino, “Senza nessuna pietà”, dramma sociale ambientato nella periferia romana, o il tentativo di indagare sulla psicologia di una coppia vegana di Saverio Costanzo in “Hungry Hearts”. Qui destra e sinistra, al di là della simpatia politica dei diretti interessati, conta poco, idem per l’omaggio di Abel Ferrara a Pier Paolo Pasolini, icona culturale che negli anni ha scavallato, spesso invertendole, le posizioni ideologiche di partenza nell’immaginario politico delle generazioni che hanno imparato a conoscerlo.

Il momento in cui il glorioso Festival di Venezia si trasforma in malinconica imitazione di una festa dell’Unità, però, è quando un attore dalla chiara militanza politica, per far pubblicità a un film sulla vita di Giacomo Leopardi (mica Castro o Berlinguer…) si esibisce nel gesto del pugnetto chiuso comunista (peraltro utilizzando la mano sbagliata, la destra) diventando così l’icona di giornata della rassegna cinematografica. L’attore in questione è Elio Germano, il quale, ovviamente, si è ben guardato dal ripetere la coraggiosa frase pronunciata nel 2010 al festival di Cannes: «Dedico questo premio all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente». Allora, guarda caso, c’era il centrodestra al governo, quello di Berlusconi, che continua a monopolizzare l’ispirazione dei registi “impegnati”: come Franco Maresco, che in “Belluscone, una storia siciliana”, indovinate chi utilizza per fare satira sui suoi compaesani un po’ omertosi? Ovviamente Silvio, che nel film rappresenta il mito negativo di un impresario senza scrupoli che rimpiange la mafia e si rifiuta di partecipare ai cortei per ricordare Borsellino. Che coincidenza, che trama inedita, che originale spunto narrativo, eh? Pensate: tredici minuti di applausi alla proiezione.

Sabina Guzzanti, invece, a Venezia propone “La trattativa”, un’inchiesta sulla presunta trattativa fra mafia e Stato su cui s’è incaradinata la straordinaria ascesa politica (si fa per dire…) del suo pupillo Ingroia. Anche qui, ovviamente, l’architrave è la mafiosità berlusconiana e il ribrezzo per tutti coloro che a destra, tipo metà degli italiani, si sono lasciati fregare. Perché anche ora che è quasi in pensione, Berlusconi resta l’origine di tutti i mali e di tutte le trattative, ma anche di tutti gli accordi politici con Renzi. Di cui, però, a Venezia si evita accuratamente di parlare, chissà perché.