Pistorius salvato in corner dai giudici. Arriva la condanna ma solo per “omicidio colposo”

Il verdetto tanto atteso è, finalmente, arrivato. E spacca il mondo a metà, diviso tra innocentisti e colpevolisti, generando un fiume di polemiche e di prese di posizione ideologiche.
Oscar Pistorius non è un “assassino”: non si può cioè provare che avesse premeditato l’omicidio della sua compagna Reeva Steenkamp.  nemmeno che avesse realmente intenzione di uccidere il ladro che, ai suoi occhi, si nascondeva nel bagno del suo lussuoso appartamento  quella fatidica notte di San Valentino dello scorso anno. L’ex-atleta sudafricano è tuttavia colpevole di «negligenza» e di un «uso eccessivo della forza». E, per questo, è colpevole di omicidio colposo.
E’ questa la conclusione alla quale è giunta il giudice Thokozile Msipa. Che nel corso della lettura del verdetto ha sottolineato come si sia trattato di «omicidio non volontario». Tradotto in soldoni significa che Oscar Pistorius rischia fino ad un massimo di 15 anni – ma forse anche meno, dai 5 agli 8 – per l’omicidio della fidanzata Reeva anziché l’ergastolo, previsto se fosse passata la tesi dell’omicidio premeditato..
Lui, il campione, è rimasto impassibile, senza lasciar trapelare alcuna emozione, durante la lettura del verdetto. Attorniato da un nugolo di poliziotti armati che lo hanno scortato fin dentro la sala dell’udienza attraverso un cordone di reporter e giornalisti, Pistorius era arrivato di buon mattino: il solito completo grigio, la solita faccia livida e tirata che oramai ha fatto dimenticare i larghi sorrisi di un tempo. Un tempo che sembra lontanissimo, archiviato da quei quattro colpi in sequenza che misero fine alla vita della sua compagna Reeva Steenkamp.
Che il campione fosse eccessivamente avvezzo all’uso delle armi, anche in pubblico, è venuto fuori ripetutamente nel corso del processo. Ed è stato poi cristallizzato dal giudice Thokozile Masipa nel verdetto. Il giudice ha ritenuto Pistorius «colpevole» di possesso di armi per l’episodio, accaduto nel 2013, poche settimane prima della morte di Reeva, dei colpi sparati in un ristorante. Ma lo ha ritenuto invece «non colpevole» per i colpi sparati in un’altra occasione, dal tettuccio trasparente della sua auto.
Insomma prima o poi sarebbe accaduto che l’atleta avrebbe ferito o, addirittura, ucciso qualcuno. E, quel qualcuno, fu, appunto, la sua fidanzata assassinata dietro la porta del bagno dell’appartamento del campione la notte di San Valentino.
Tuttavia, in quell’occasione, il giudice Thokozile Msipa non ravvisa altro che un «omicidio colposo». Una conclusione già anticipata parzialmente ieri nel corso della lunga lettura delle motivazioni,  proprio mentre, fuori dall’aula, protestavano i movimenti per i diritti delle donne.
Di fatto è uno smacco pesantissimo per l’accusa, il “mastino” Gerrie Nel, che non si è mai risparmiato per accreditare la tua tesi dell’omicidio volontario e che, per tutto il dibattimento, non ha risparmiato attacchi brutali e perfino personali, all’atleta riuscendo, spesso, nel suo intento di far cadere in contraddizione più volte l’imputato. Non è servita, però, evidentemente, questa strategia dell’accusa che, pure, ha, da un lato, demolito varie volte, le tesi difensive e, dall’altro, ha mandato in crisi il generalmente risoluto Pistorius. Cosicché le udienze si sono spesso trasformate in sfoghi emotivi, crisi di pianto e attacchi di vomito.
La questione, chiarita dal giudice Msipa è che, se da un lato, la deposizione di Pistorius era debole, dall’altro la tesi dell’accusa non era abbastanza motivata e, anzi, «la Procura non ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’accusato sia colpevole di omicidio con premeditazione».
D’altra parte la Msipa ha tolto al castello accusatorio del procuratore Gerrie Nel quelli che erano i pilastri fondamentali: i vicini che sentirono le urla e poi gli spari. Molti, suggestionati, forse, dalla portata mediatica della vicenda, hanno finito per confondere ciò che hanno realmente sentito quella notte con ciò che hanno poi letto sui giornali o ciò che è stato raccontato loro successivamente. E questo ha finito per minare pesantemente le fondamenta del castello accusatorio della Procura.
Quanto allo stato della relazione affettiva fra il campione e la modella, relazione che, secondo alcuni era in crisi, il giudice ha ritenuto e scritto che le relazioni sono “dinamiche”. E quindi ci può stare che attraversino momenti di crisi. Ma, non per questo, si può condannare una persona per omicidio volontario – è la sua tesi – se, nel corso di queste relazioni  in crisi poi avviene ciò che è accaduto a Reeva e Pistorius.
In definitiva il giudice non si è lasciato suggestionare dai tanti elementi che, pure, la Procura ha sparso a piene mani sul processo e che, poi, i media hann amplificato.
Si è attenuta, invece. la Msipa, ad elementi oggettivi: la finestra del bagno, ad esempio, era aperta e non dotata di antifurto. E, quindi, è plausibile che vi fosse un ladro chiuso, magari armato. Dunque, è la conlusione a cui è giunta la Msipa, Pistorius poteva avere ragione nel sentirsi minacciato.
Ma, da qui a sparare contro la porta del bagno dietro alla quale vi era la fidanzata Reeva, ce ne vuole. E il giudice osserva che, seppure sentendosi minacciato, Pistirius aveva decine di altre possibilità prima di impugnare la pistola e sparare alla cieca: chiamare la sicurezza del compound o la polizia O anche affacciarsi al balcone e gridare per chiamare aiuto. «Non c’è spiegazione del perché non l’abbia fatto (chiedere aiuto) prima di sparare», ha concluso ieri in aula la Msipa.