Perché a Napoli non si protesta contro la camorra che miete tante vittime innocenti?

È da diversi giorni che una certa aria di rivolta contro l’autorità dello Stato si respira in alcune fasce della popolazione napoletanta. Il fatto scatenante, come è noto, è la tragica morte del diciassettenne del Rione Traiano,  cui sono seguite manifestazioni di protesta e tensioni con  le forze dell’ordine. Sono comprensibili, certo, dolore e rabbia , ogni volta che una giovane vita viene spezzata. Ma analoghe manifestazioni di indignazione popolare – e anche più veementi – sarebbe lecito attendersele anche in altri e ben più gravi casi. Perché, a Napoli, il vero potere oppressivo, contro cui è doveroso ribellarsi, è solo uno: il potere della camorra. Un potere che devasta il tessuto civile di una città, che avvelena la terra, che semina morte e violenza. Oltre centosessanta sono le vittime innocenti dei clan: ignari passanti finiti in mezzo a una sparatoria, oppure ragazzi freddati da killer per un errore di persona. Perché dopo casi simili,  paurosamente frequenti, non si scatena l’indignazione popolare?

Eppure sono proprio questi gli eventi che contribuiscono non poco a rendere insicura la vita metropolitana. Ne ricordiamo solo alcuni, tra i più emblematici e atroci. Come l’omicidio di Pasquale Romano, trent’anni, ucciso senza pietà nell’ottobre del 2012 sotto la casa delle fidanzata. O come il caso di Pasquale Scherillo, ventisettenne, freddato dai killer perché il suo motorino era identico, per colore e modello, a quello della vittima designata nella guerra dei clan. E che dire del caso di Silvia Ruotolo, la madre di 39 anni, uccisa da una pallottola vagante mentre tornava a casa dopo essere andata a prendere il figlioletto di 5 anni a scuola? L’altra figlia di 10 anni assistette alla scena dal balcone. L’elenco, triste e lunghissimo, potrebbe continuare. Ce ne sarebbe quanto basta per più di una sommossa popolare. Eppure nulla accade. È comodo rifugiarsi nella solita “complessità” delle cause sociali, culturali etc. etc. Un fatto è certo: il silenzio degli innocenti rende i criminali ancora più criminali. Soprattutto quando gli “innocenti” , una volta che decidono di muoversi, si scagliano contro l’obiettivo sbagliato: lo  Stato.