Nella crisi del “Corriere” la paura dei poteri forti per un ennesimo flop politico

Il diavolo, come è noto, si annida nei dettagli. A chi ha sfogliato il Corriere della Sera dell’edizione di sabato 27 settembre non sarà sicuramente sfuggito un particolare, all’interno del quale, se non c’è nascosto Lucifero in persona, ci sarà sicuramente annidato un qualche Bafometto:mentre tutti i giornali riportavano con grande evidenza e con vistosi richiami in prima pagina la notizia dell’attacco di Diego Della Valle sia a Renzi sia a Marchionne, il quotidiano di via Solferino relegava invece questa fragorosa polemica in un colonnino a pagina 8. Non vogliamo fare della facile dietrologia, però un po’ di odore di zolfo (non tanto nel senso diabolico, quanto in quello della polvere da sparo) s’avverte distintamente, al di là del fatto, sicuramente imbarazzante per la direzione e per la redazione del Corsera, che la querelle è scoppiata tra due azionisti presenti nel patto di sindacato che controlla Rcs Mediagroup, società che edita il quotidiano.

C’è insomma aria di scontro (e di scontro profondo) a via Solferino. E, per la verità, ciò accade non da oggi, ma fin da quando, nell’aprile scorso, Ferruccio De Bortoli ha annunciato che si sarebbe dimesso dalla direzione del Corriere, una decisione che  secondo alcuni sarebbe da mettere in relazione al conflitto tra il solito Della Valle e il dominus  di Intesa San Paolo, Giovanni Bazoli, anch’egli azionista della testata. Mettiamoci inoltre il continuio braccio di ferro tra la Fiat e le banche. Insomma, una situazione pesante che avrebbe indotto l’attuale direttore a praparare le valigie. In queste settimane lo scontro s’è fatto più cruento, svolgendosi intorno alla figura di Renzi. C’è chi lo appoggia (Marchionne) e chi vorrebbe mandarlo a casa (Della Valle). Di qui anche, come è noto, il furioso attacco sferrato nei giorni scorsi da De Bortoli contro il premier.

Che cosa rivela questo scontro? Sicuramente una divergenza tra scelte industriali. Mister Tod’s è uscito allo scoperto un paio di settimane fa criticando aspramente il “licenziamento” di Montezemolo da parte del patron della Fiat. Ma c’è sicuramente  dell’altro, altro che viene da una crisi più profonda del capitalismo italiano circa il suo rapporto con la politica e la sua capacità di impegnarsi per risolvere la crisi italiana. Di questa crisi, proprio il quotidiano di via Solferino appare oggi lo specchio fedele, dal momento che nel suo azionariato sono rappresentati tutti i maggiori gruppi economici e bancari nazionali. I poteri forti non sembrano più avere una linea chiara, avendo fallito tutte le operazioni politiche tentate negli ultimi anni: da Mario Monti a Enrico Letta. L’ascesa di Renzi non li ha ricompattati, ma, a quanto pare, ulteriormente divisi. Temono un altro flop. E c’è chi, evidentemente, cerca già di sfilarsi.

«Da cronisti – ha scritto sempre sul Corriere Dario Di Vico – dobbiamo registrare un tasso di litigiosità del nostro capitalismo che sorprende per continuità e veemenza». Questa litigiosità è in fondo il frutto di una paura: quella di essere poteri forti sempre meno forti. Cioè di condizionare sempre meno la società italiana. E di produrre effetti imprevedibili, molto diversi da quelli sperati. Basterà ricordare che la furiosa campagna contro la “Casta”, lanciata a suo tempo  proprio dal Corriere e da Rcs e poi sempre sostenuta dagli editoriali di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, non ha prodotto il rinnovamento della classe dirigente ma ha finito per  creare  “mostri” come Beppe Grillo e il M5S. La paura dell’alta borghesia italiana è di non essere più classe dirigente. Ma forse non lo è mai stata. Solo in Italia si potevano infatti privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Non classe dirigente, ma feudatari, eredi di un vecchio ceto di corte servile e protervo. Che non ha mai fatto crescere forze fresche e giovani.