Metà Tfr in busta paga. Il governo riprende un’idea avanzata dal centrodestra

Non è una novità quella di inserire parte del Tfr, il trattamento di fine rapporto, nella busta paga del lavoratore. Ci ha provato in passato il ministro Tremonti senza successo. La Lega ne aveva fatto un cavallo di battaglia e ampi settori del cetrodestra ne avevano sostenuto l’utilità al fine di rendere più pesante il salario e incrementare i consumi. Ora l’argomento sembra tornare di attualità. Allo studio del governo ci sarebbe un piano che prevede di trasferire subito il 50% del Tfr nelle buste paga dei dipendenti del settore privato e lasciare l’altra metà alle imprese. Il provvedimento avrebbe una durata limitata a due-tre anni e sarebbe affidato alla discrezionalità del lavoratore. In sostanza, invece di ricevere la somma maturata e accantonata negli anni in una soluzione unica alla fine dell’attività lavorativa, il dipendente potrebbe scegliere di percepirne una parte entro dicembre di ogni anno.

Ovviamente, l’idea di per sé è tutt’altro che campata in aria. Se attuata , potrebbe produrre effetti positivi. Ci sono però dei nodi da sciogliere. E non sono certo di facile soluzione. Intanto, c’è da risolvere il problema delle compensazioni alle imprese. Queste ultime potrebbero mantenere una fetta delle liquidazioni (il restante 50%) oppure, secondo alcune indiscrezioni, beneficiare di un ricorso agevolato al credito, sulla falsariga di quanto già previsto per il trasferimento del Tfr ai fondi pensioni della previdenza complementare. Conti alla mano, stiamo parlando di un flusso di liquidità di circa 22-23 miliardi all’anno che, attualmente, confluisce in tre distinti canali: 5,5 miliardi vanno ai fondi pensione, circa 11 restano in azienda, 6 miliardi finiscono nelle casse dell’Inps.

Come è noto, la previdenza integrativa, varata nel 2007, non ha riscosso un grande successo. Appena un 25% di lavoratori ha scelto quella strada. Non c’è mai stata, in effetti, una capacità di sensibilizzazione adeguata. Nè, purtroppo, si è fatto buon uso della non esigua disponibilità dei fondi previdenziali accumulati, in gran parte confluiti su fondi finanziari esteri, capaci, questi sì, di alimentare il settore delle imprese, determinando fattori di concorrenzialità a tutto danno delle attività produttive del nostro Paese. L’argomento, al pari della idea del Tfr in busta paga, andrebbe ripreso e sviluppato. Gioverebbe soprattutto alle aziende in un momento di così grave crisi.