Marò, arriva il sì della Corte Suprema indiana: Latorre torna in Italia per curarsi. Ma solo per quattro mesi

La Corte Suprema indiana ha autorizzato il rientro del marò Massimiliano Latorre al rientro in Italia per quattro mesi, per rimettersi completamente dall’ischemia sofferta il 31 agosto scorso, ischemia da cui si è parzialmente ripreso. I giudici indiani hanno chiesto al fuciliere di Marina, come condizione, una garanzia scritta.
La sala n.1 della Corte suprema indiana aveva iniziato a esaminare stamattina – intorno alle 12 locali, le 8 e 30 italiane – l’istanza presentata dal team dei legali della difesa del fuciliere di Marina Massimiliano Latorre, in cui si chiedeva un’autorizzazione per lui a rientrare in Italia, un rientro “terapeutico”.

Il presidente della Corte R.M. Lodha, accompagnato dai giudici Kurian Joseph e Rohinton Fali Nariman, ha ascoltato, in particolare, il rappresentante del governo, il cosiddetto Additonal Sollicitor General P.S. Narasimha, a cui in una udienza iniziale lunedì era stato chiesto di presentare la posizione al riguardo.
«Si tratta di un caso di malattia e di condizioni fisiche – aveva detto detto Lodha rivolto a Narashima – e se esistono serie obiezioni alla richiesta dovete dircelo».
Ma lo stesso giorno in una conferenza stampa il ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj aveva anticipato che «se la Corte concedesse il rimpatrio su un terreno umanitario, noi non ci opporremmo». Il più, dunque, era fatto.
A cercare di intralciare questa decisione era giunta, nelle ultime ore, un’istanza di Freddy Jhon Bosco, proprietario del peschereccio St.Antony coinvolto nell’incidente del 15 febbraio 2012 in cui morirono due pescatori, in cui si chiede per Latorre ulteriori accertamenti medici e la nomina di una Commissione medica che verifichi le reali condizioni di salute del marò.
Tale iniziativa, comunque aveva possibilità quasi nulle di essere utilizzata nell’udienza perché l’ufficio del registro doveva verificarla e approfondirla, con una procedura che in genere dura, senza obiezioni, due o tre giorni.
Nel corposo dossier di 70 pagine, con le richieste di esenzione per Latorre di recarsi al commissariato per la firma settimanale e di autorizzazione per lui a rientrare in Italia per «quattro mesi» per curarsi,vi erano inoppugnabili certificati medici degli specialisti del Sir Ganga Ram Hospital che lo hanno avuto in cura per una settimana e di altri neurologi indiani.
In un’intervista ieri lo stesso Bosco ha ammesso di avere firmato questa application «perché voglio che sia chiaro che io sono una delle vittime di questa vicenda, che ho perso un peschereccio che era tutto quello che avevo e che sono di fatto rovinato».
Dopo aver ammesso di aver ricevuto per l’incidente 1,7 milioni di rupie (meno di 25.000 euro), ha sottolineato che «il mio peschereccio è bloccato da tre anni in custodia del commissariato di polizia di Neendakara. Riaverlo mi costerebbe una fortuna in avvocati».
«Ho avuto intanto un secondo figlio – ha proseguito Bosco –  e «per il prolungarsi di tutta questa vicenda ho dovuto prendere soldi in prestito. E senza la barca – ha concluso – sono costretto a lavorare come giornaliero, con un reddito attuale al massimo di 20.000 rupie (225 euro) al mese». Oggi l’epilogo della vicenda: Massimiliano Latorre torna in Italia. E la speranza, alla fine, è che sia la prima breccia nel muro di ostinazione indiano costruito contro l’Italia.