Malagò squalificato per sedici mesi: anche lui non si dimette e contesta la sentenza…

Non parla apertamente di complotto. Ma le parole non lasciano spazio a dubbi. Non si può dire che la prenda bene il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, costretto a incassare una squalifica pesantissima di sedici mesi da ogni attività sociale  federale da parte della Commissione disciplinare della Federazione italiana Nuoto per aver detto, durante la Giunta Coni del 4 marzo scorso, che la Federazione aveva incassato un doppio finanziamento dal ministero dell’Economia e dalla Coni Servizi, finanziamento ovviamente non dovuto, per la ristrutturazione della piscina olimpica. Una dichiarazione che paventava un’ipotetica truffa e che aveva fatto saltare sulla sedia il presidente Fin, Paolo Barelli. Di qui la decisione della Commissione disciplinare Fin. Che aveva ritenuto gravemente lesive quelle dichiarazioni ravvinsandovi la violazione del Codice di giustizia Federale, articolo dodici, che parla di obblighi di lealtà, correttezza e probità.
Per uno come Malagò, democristiano tessitore di rapporti del generone romano, l’aria sicura di chi veste il gessato come una corazza sociale ed è certo di asfaltare qualsiasi intoppo che si ritrovi fra i piedi, deve essere stata una brutta botta.
E l’irritazione filtra senza ritegno, spillata come il fiele: «La Fin ha battuto tutti i record, non ci facciamo mancare niente…. Il mio ruolo di presidente del Coni non c’entra nulla, sono squalificato come tesserato di una federazione, ma chi conosce il mondo dello sport sa anche il ragionamento che c’è dietro».
Per chi, invece, non conosce il mondo dello sport nei suoi meandri, nei difficili equilibri, negli scazzi, nelle cortesie istituzionali che mascherano guerre personali, sgambetti e lotte di potere fratricide, nelle coltellate che ci si scambia con il sorriso sui denti, le parole del confessore di Gianni Agnelli restano ostiche. E la sentenza resta una sentenza. Che, in teoria, sarebbe anche da rispettare. A maggior ragione se chi la deve rispettare è il capo dello sport italiano. Diciamo che Malagò non l’ha presa sportivamente…
Volano gli stracci, dunque, in casa Coni. Si capisce che l’ex-fidanzato di Lucrezia Lante della Rovere ha vissuto la cosa come un affronto personale e sembra intenzionato a mettere da parte il bon ton per piazzare dialettiche pedate sul sedere del suo arcinemico Paolo Barelli, capo della Federazione italiana Nuoto.
A chi gli chiede lumi, Malagò risponde tagliente: «una sentenza che lascia il tempo che trova dopo la pronuncia del Collegio di garanzia del Coni». Ma Malagò, che questo genere di cose se le lega al dito, sta già preparando la vendetta. Nel mirino c’è, appunto, Barelli, la bestia nera del presidente del Coni e del prestigioso Circolo Canottieri Aniene di Roma.
Malagò già assapora la vendetta certissimo di stracciare il suo nemico di sempre a colpi di regolamenti. In sintesi il presidente dello sport italiano ritiene che la Commissione disciplinare della Fin non fosse titolata a decidere su di lui. La prova? «Una recente decisione dell’intera Giunta nazionale Coni – ricorda Malagò – aveva indicato nel Collegio di garanzia dello Sport, che è la “Cassazione dello Sport”, l’autorità massima alla quale richiedere un parere. Parere che, esplicitamente, escludeva la titolarità in capo alla Commissione disciplinare della Fdederazione italiana nuoto».
Sia come sia si capisce che, però, a questo punto l’anatra è zoppa. La picconata arrivata alle spalle di Malagò – sedici mesi di sospensione da ogni attività sociale e federale – non è cosa da accantonare con fastidio come fosse una zanzara. Nè basta appigliarsi ai regolamenti come fossero un mantra. Politicamente è una debaclè. Non basta neanche la consolazione di sapere che (forse) in terzo grado il Collegio di garanzia potrebbe non avallare la sentenza.
Il messaggio che filtra all’esterno è quello di un ambiente pesantemente contaminato dalle risse, dai dispetti, dalle guerre personali, una specie di condominio ad alto tasso di litigiosità. Gli episodi sono troppi. E questo è soltanto l’ultimo della serie. Parafrasando il vescovo della Pennsylvania, Ethelbert Talbot (e non De Coubertin), l’importante è darsele di santa ragione, non vincere. Sportivamente, s’intende.