L’ultima infamia jihadista: a Mosul un centinaio di bambini sono tenuti in ostaggio dall’Isis

Non c’è limite all’infamia jihadista. Un centinaio di bambini iracheni sono tenuti in ostaggio a Mosul, città nel  Nord dell’Iraq da miliziani dell’Isis. Lo riferiscono fonti «all’interno della città» al portale di notizie curdo-iracheno Rudaw. Si tratta di 50 bambini sciiti e 45 yazidi, che sono stati rinchiusi in un orfanotrofio nel quartiere di Zuhir, nella città conquistata dallo “Stato islamico” a giugno. I minori fanno parte di un gruppo di centinaia di civili, per lo più donne e bambini, rapiti dai jihadisti a giugno nelle località di Tellafar e Shingal a est di Mosul.

Sul fronte delle operazioni militari, si apprende intanto che il “Califfato” di Al Baghdadi  sta tentando di estendere il raggio della propria azione anche  al  Sinai. Nella turbolenta regione a Sud di Rafah – al confine tra Egitto e Israele – ci sono cellule operative dello Stato islamico.  Lo affermano fonti militari egiziane, che riferiscono anche di una prossima, massiccia offensiva dell’esercito del Cairo nell’area .  «E’ una presenza limitata», precisano le fonti, spiegando che i miliziani sono alleati con Ansar beit al Maqdis, il gruppo filo al Qaida che conta centinaia di adepti tra le proprie fila. Dal canto suo, un ex vicedirettore dei servizi segreti egiziani, il generale Mohamed Rashad, afferma al giornale Al Ahram che «uno dei più importanti cambiamenti sul terreno degli ultimi tempi è il ritorno in Egitto di chi è andato a combattere in Siria . Il Sinai – prosegue il generale – confina poi con Gaza, che ha un grande ruolo nell’esportazione del terrorismo».

Per quello che riguarda l’iniziativa americana di contrasto del jihadismo, sembra che l’attuale preoccupazione dell’amministrazione di Obama sia quella di creare il più vasto consenso possibile della comunità internazionale intorno all’annunciata operazione militare in Iraq, evitando gli errori compiuti a suo tempo dallo staff di George W. Bush contro Saddam.  «Nessun confronto e niente a che vedere col 2003», dice in tal senso la portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf, la quale nega l’esistenza di  un parallelismo tra la coalizione che undici anni fa portò all’invasione dell’Iraq e quella che Obama sta cercando di mettere in piedi per contrastare l’avanzata dell’Isis.  «Quando si parla di quello che stiamo facendo oggi non vogliamo in alcun modo che si possa paragonare a quanto fatto nel 2003», afferma sempre la portavoce, ribadendo come quella di oggi «non sia una coalizione americana ma una coalizione mondiale».