Le primarie sono nate a destra e ci sono state scippate. L’appello della Meloni e di Tosi va accolto

Pimarie sì, primarie no. Torna a scuotere il centrodestra la richiesta , più o meno esplicita, proveniente da varie componenti di quello che fu il vecchio schieramento alternativo alla sinistra,  di affidare agli elettori la scelta delle persone da candidare alla guida degli esecutivi. Non fa differenza se si tratta del premier, di un presidente di Regione o di un sindaco. L’idea, a quanto pare, si sta facendo strada, vincendo antiche ritrosie e non del tutto banali riserve. Si tratta, com’è noto, di un dibattito che affonda le radici nel tempo. L’idea, contrariamente a quel che si pensa per effetto di una palese dimenticanza cui incorrono molti commentatori ed analisti politici, non nasce a sinistra. Nasce a destra. Fu in occasione delle elezioni provinciali di Roma, nel dicembre del 1998, che la destra avviò un esperimento che, peraltro, si rivelò efficace in termini di richiamo alla partecipazione popolare e di risultato elettorale. In una realtà territoriale particolarmente complessa, come quella romana, dominata dalla sinistra sui tre livelli istituzionali più alti (Regione, Provincia e Comune), la destra riuscì a calamitare attenzione e consensi, introducendo nella politica italiana un meccanismo selettivo dei propri candidati che, per la prima volta, sfuggiva alle designazioni partorite nelle segrete stanze dei partiti. Come tutti sanno, quella idea, innovativa e suggestiva, fu incredibilmente abbandonata dalla destra che pure l’aveva alimentata, e fu ripresa dalla sinistra che ne ha fatto in seguito un cavallo di battaglia. Lo strumento per recuperare lo smalto e i consensi smarriti. Ora, dopo sporadici tentativi mal riusciti, sembra che la proposta di affidare le scelte dei candidati alle primarie stia finalmente riprendendo vigore lì dover era nata, ossia a destra. Flavio Tosi, sindaco di Verona, l’ha rilanciata con decisione, aggiungendo una considerazione che merita riflessioni più approfondite. «Ho lanciato la formula delle primarie del centrodestra perché occorre concordare un metodo per ricostruire quest’area politica –  ha spiegato – Le primarie sono meritocratiche, i cittadini scelgono, come dovrebbero fare anche  per il Parlamento nazionale». Così Tosi chiarisce le ragioni della sua autocandidatura. E ,nello stesso tempo, indica un metodo, una strada per ricostruire quel che è andato in frantumi e ricomporre uno schieramento partendo da un “nuovo inizio”. E’ ovvio che le primarie – delle cui regole si dovrà prima o poi discutere per evitare che se ne comprometta la funzione con inganni, infiltrazioni, giochini di tessere e altri poco edificanti mezzi che ne alterino la natura – non sono sufficienti da sole a rianimare una intesa politica e a renderla attrattiva dall’elettorato e, possibilmente, vincente. Oltre alla scelta dei candidati, occorre ripristinare il dibattito delle idee. A condizione che le idee ci siano sul piano economico, culturale, geopolitico. Necessita, in più, una nuova sintesi delle  istanze in campo al fine di presentare agli italiani un Progetto di futuro, una visione di insieme che ridia entusiasmo e fiducia al Paese, che sia in grado di superare la crisi devastante e lo spirito di rassegnazione  che lo tormenta. Ci vogliono “idee forza” dai contenuti pregnanti e concreti. Ci vuole il coraggio di dire la verità alla gente, senza illuderla. E ci vuole una dose massiccia di competenza sulle cui basi costruire una classe dirigente all’altezza delle sfide difficili e complesse, senza sterili giovanilismi e futili rottamazioni. Le primarie non sono la panacea di tutti i mali che ci affliggono per il semplice fatto che siamo privi di vera Politica. Possono però rappresentare uno strumento per rimuovere le acque stagnanti di un centrodestra smarrito, alla disperata ricerca di senso e di un’anima comune.