La sociologa Kuby, ex progressista, contro l’ideologia gender: mira a distruggere l’uomo

Un’ideologia che «distrugge l’uomo» e che ha nel linguaggio la sua «arma più potente». La sociologa tedesca ed ex militante femminista Gabriele Kuby interviene nel dibattito sull’ideologia gender, spiegando perché è l’espressione della «più profonda sovversione che si possa immaginare contro la condizione della nostra esistenza umana». «Fa leva sul concetto di libertà come libertà di scegliere se essere un uomo o una donna», ma questo «finirà – avverte – per far ammalare le persone e confonderle». La riflessione della Kuby, convertita la cristianesimo con la maturità, è affidata a una lunga intervista alla rivista Catholic word report (ripresa e sintetizzata in Italia da Tempi), che prende spunto dal suo ultimo libro: La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà. Kuby spiega che l’idea propria del pensiero gender secondo cui il proprio sesso si può scegliere e non è determinato dalla natura è legata strettamente a una società «iperindividualizzata», che considera la scelta dell’orientamento sessuale come manifestazione di libertà. «Per questo – precisa – la società non solo deve tollerale, ma deve accogliere positivamente qualsiasi tipo di orientamento sessuale», sottolinea la Kuby, ricordando però che «l’eterosessualità è la condizione naturale di ogni esistenza umana e più del 97% della popolazione di questa terra è eterosessuale e rigetta istintivamente l’omosessualità».

Partendo da questa analisi la sociologa avverte sul fatto che è per questo motivo che una minoranza non eterosessuale («lobby Lgtb», sono le sue parole) ha ingaggiato una battaglia che è lessicale e concettuale per riuscire «a ribaltare la realtà». È così che, se si fanno domande scomode sull’omosessualità o non si vuole che l’insegnante dei propri figli sia un trans, si finisce per essere bollati come «omofobi». E, quindi, come persone che hanno «bisogno dello psichiatra», visto che la parola rimanda a una «paura ossessiva», patologica. Per avere davvero successo, però, in questo ribaltamento della realtà, prosegue la Kuby, «le persone che spingono l’agenda gender nel mondo devono iniziare con i bambini molto piccoli e insegnare loro che ogni forma di orientamento sessuale è ugualmente valida». La Kuby indica come esempi lampanti di questa strategia la Francia e la Germania, dove l’educazione gender è stata imposta a scuola. Ma lì non accade niente di più e niente di meno di quello che accade anche in Italia con l’offensiva dell’Unar, l’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali che s’è convertito alla lotta all’«omofobia», a ben vedere usando il termine esattamente nella accezione indicata dalla Kuby.

«Io non sono né ottimista né pessimista, ma speriamo realista», ha aggiunto la sociologa, spiegando che «i soldi e il potere stanno dall’altra parte», ma anche rilevando di «vedere una resistenza» man mano che la “lobby” mette a segno risultati come il matrimonio omosessuale o l’invasione nel campo dell’educazione scolastica. Gli esempi di questi germi di resistenza portati dalla Kuby sono ancora la Francia, grazie a realtà come il movimento Le Manif pour tous, e la Germania, dove si registra una ribellione crescente nei confronti dell’educazione gender. Ma è soprattutto ai Paesi dell’Est che la sociologa guarda con fiducia, riconoscendo loro una maggiore consapevolezza – dovuta a motivi storici e sociali – rispetto a quanto sta avvenendo in Occidente in termini di «distruzione della famiglia» e «atomizzazione dell’essere umano, che così può essere manipolato per fare qualsiasi cosa». «La mia grande speranza – è il suo auspicio – è che questi Paesi dell’Est Europa diventino un fronte di resistenza nell’Unione Europea. Ci sono segnali in questo senso».