La Merkel fa la voce grossa anche con Draghi per bloccare le aperture alla “flessibilità” dei conti

Uno scontro telefonico, con Mario Draghi nel mirino, stavolta. Fioccano conferme, anche se non ufficiali, sulla mossa della cancelliera tedesca Angela Merkel che, secondo quanto rivelato dal settimanale tedesco Der Spiegel, avrebbero chiamato nei giorni scorsi il presidente della Bce per sapere se ha cambiato idea sull’austerità. In altre parole, chiedendogli conto delle dichiarazioni fatte a Jackson Hole, dove disse che le politiche europee devono utilizzare la flessibilità disponibile all’interno delle regole per spingere la crescita e sostenere i maggiori costi determinati dalle riforme necessarie. Il portavoce di Merkel, Steffen Seibert, ha smentito la “bacchettata” tedesca nei confronti di Draghi, limitandosi a osservare che il governo non rende pubbliche le conversazioni confidenziali della cancelliera. Ma nei giorni scorsi era stato lo stesso Schaeuble ha precisare che le parole di Draghi erano state “mal interpretate”. Anche la Bce ha bollato come “inesatte” le ricostruzioni “sul fatto che la Merkel abbia chiamato Draghi per contestate le frasi dette a Jackson Hole”, senza tuttavia fornire dettagli sul colloquio: «Il contenuto della conversazione – si è schermito il portavoce – non lo commentiamo e non lo riveliamo». Sulla flessibilità è in atto una partita che, pur coinvolgendo la Bce, si sta giocando politicamente soprattutto tra Berlino, Bruxelles, Parigi e Roma. Le poche notizie che filtrano dai palazzi Ue confermano che venerdì c’è stato un incontro tra il presidente uscente e quello entrante della Commissione, Josè Manuel Barroso e Jean Claude Juncker, e il commissario per gli Affari economici Jyrki Kataynen per discutere di alcune ipotesi di lavoro. Sul tavolo ci sarebbe l’idea di ridurre, a determinate condizioni, dallo 0,50 allo 0,25% del Pil la necessaria correzione annuale dei deficit strutturali. E di concedere uno o due anni di “grazia” sulla strada dell’azzeramento del deficit a chi si impegna per realizzare le indispensabili riforme strutturali. Ipotesi che si inquadrano nell’idea di flessibilità in cambio di riforme già messa sul tavolo nei mesi scorsi e rimandata al vertice Ue in programma per fine ottobre, di cui pare si sia discusso a lungo anche sabato nel corso del summit dedicato alle nomine. E che, secondo le conclusioni del Consiglio Europeo, sarà preceduto da un summit informale su crescita e occupazione (in Italia) e una riunione dei leader dell’Eurozona. In questo contesto si inquadra anche il confronto in atto sull’attribuzione dei portafogli ai futuri commissari europei. Qui la partita, che Juncker vorrebbe chiudere entro l’8-9 settembre, si gioca sull’assegnazione della titolarità degli affari economici e monetari, ovvero colui a cui spetterà vigilare sulla corretta gestione delle finanze pubbliche da parte degli Stati membri.