La Lega torna alla Festa dei popoli padani sognando la Scozia e… la Sicilia

A Roma con i «bastoni», la difesa dei confini «con le armi», le accuse di inciucismo rivolte a tutti, a partire da quelli che comunque sono e restano partner politici. La Lega di Matteo Salvini riunita per il consueto appuntamento della Festa dei popoli padani non riserva alcuna sorpresa e, anzi, sfodera il vecchio repertorio di parossismi e provocazioni. Si riaffaccia anche la bandiera della secessione, sventolata solo da Roberto Calderoli che, fra una battuta sulle “macumbe” della famiglia Kyenge e l’altra, sostiene che «di errori ne abbiamo fatti tantissimi, ma il più grande è stato non andare fino in fondo con la secessione, ricevere l’abbraccio mortale di Berlusconi e andare al governo». Si sogna la Scozia, lì a Pian della Regina, alle sorgenti del Po, e Roberto Cota lo sottolinea con una maglietta che ne ha i colori della bandiera e la scritta Scotland. Salvini, invece, ne parla dal palco dicendo che «poter decidere è già una vittoria» e che «in Italia, purtroppo, ci dicono che non si può, ma noi la battaglia indipendentista non l’abbiamo mai smessa. Contro il regime europeo e quello di Roma se si mettono insieme le persone di buona volontà, dal Piemonte al Veneto, ma perché no anche dalla Sardegna alla Sicilia, abbiamo la possibilità di vincere».

Il giovane segretario, dunque, su questo tema continua a perseguire una linea che possa tenere insieme tutto e tutti: “padani” doc e siciliani, tradizione verde e futuro nazionale. E se “le parole sono importanti” non si può non sottolineare che, comunque, si tiene lontano da quella parola che è stata lo slogan del Carroccio per decenni – «secessione», appunto – sostituendola con la più felpata espressione «battaglia indipendentista». D’altra parte, fare altrimenti avrebbe rischiato di inficiare tutto il lavoro svolto nella stagione appena trascorsa, quando sull’onda del successo alle europee s’è girato l’Italia-isole-comprese, in primis la Sicilia, per affermare l’immagine di una nuova Lega che ha fra le sue aspirazioni quella di farsi forza nazionale. È evidente che Salvini questa aspirazione non se la dimentica neanche calcando il “sacro suolo” padano di Pian della Regina. Epperò ai popoli padani in festa, a questo popolo tutto camicie verdi, stelle delle Alpi e pausa pranzo a base di polenta, bisogna pur offrire qualcosa che scaldi davvero i cuori. C’è Bossi, è vero, che presenta la Lega come unica forza salvifica in campo e aggiunge che «per questo dico che la Lega deve vincere le prossime elezioni politiche». Ma anche l’Umberto non ha più l’appeal di un tempo.

Gli unici evergreen in questa spianata verde di “verdi” restano dunque certe parole d’ordine mai dismesse, che si sono rafforzate grazie alla crisi e all’imperizia degli ultimi governi. «Se Renzi metterà una sola mezza tassa in più, andremo a Roma con i bastoni», tuona il segretario leghista, salvo poi chiarire che si tratta «ovviamente di bastoni democratici, figurati, bastoni di gommapiuma e da passeggio». Bastoni che si possono identificare anche con «alcune azioni di resistenza fiscale», perché «dobbiamo toccarli anche sui portafogli». Nessuna precisazione, invece, quando parla di «armi per difendere i confini», che «ci sono e in quanto tali vanno difesi anche» in questo modo, «perché così succede in tutto il mondo». «I politici che in questo momento spendono soldi per far superare i confini, dovranno essere processati», prosegue Salvini, che parla di Angelino Alfano come del «ministro dell’Invasione». «Al tavolo con Alfano non mi siedo. Chi sta al governo con Renzi non fa accordi con la Lega», precisa, aggiungendo che «il centrodestra in questo momento non esiste» e che «Berlusconi non può pensare di amoreggiare con Renzi dal lunedì al sabato e poi telefonare alla Lega la domenica». «Non posso pensare di fare accordi con Alfano, il ministro più disastroso della storia repubblicana. E il discorso vale anche per Berlusconi. La coerenza non è in vendita», insiste Salvini. Il Pirellone e le altre realtà in cui la Lega governa con e grazie al centrodestra, oggi, non entrano nel conto.