La crisi dell’Opera di Roma: Alemanno portò Muti, Marino l’ha costretto a dimettersi

La gestione del sovrintendente Carlo Fuortes del Teatro dell’Opera di Roma è sempre più ferocemente nel mirino sindacale. Una disperata disputa fratricida, quella che si sta consumando sul palco del Costanzi sotto gli occhi di uno sconcertato pubblico cittadino, che vede al centro dell’agone la gestione di centrosinistra e soprattutto la sua principale organizzazione di lavoratori: la Cgil. E a poco valgono gli echi estivi delle rassicurazioni del sindaco Ignazio Marino sulla liquidazione sventata, sul futuro sempre più incerto di uno degli enti culturali più prestigiosi della Capitale, vittima di ambizioni e pretesti di chi ne gestisce l’amministrazione. Di fatto, dopo l’addio del maestro Riccardo Muti, costretto alle dimissioni dalle astiose ritorsioni che troppo spesso hanno bloccato l’ente lirico. A seguito di una serie di pesanti rivendicazioni e denunce, scioperi e tormentati tavoli chiusi senza la firma di un accordo possibile, lo spettro del referendum e di controversi piani aziendali, la tensione è al massimo. Come se ne esce? Lo abbiamo chiesto a Fabrizio Ghera, capogruppo di Fratelli d’Italia-An al Campidoglio.

Cosa succederà nel dopo Muti?

Difficile pronosticare il prossimo futuro. Quel che è certo è che, guardando indietro all’amministrazione precedente, dunque alla gestione Alemanno, si era arrivati a portare in pareggio l’Opera di Roma. In questi ultimi anni erano stati fatti importanti passi per il risanamento economico e finanziario del prestigioso Teatro, tanto da chiuderne in pareggio il bilancio, appunto. Ma il sovrintendente dell’Opera, contemporaneamente ad della Fondazione di Musica per Roma di cui fa parte anche Santa Cecilia, ha riscontrato comunque dieci milioni di euro di buco. Dunque sicuramente al Costanzi si sta pensando al dopo Muti, ma è un guardare oltre che non punta molto in alto. A partire dal fatto che intanto il cartellone della stagione 2014-15, che doveva essere pronto entro novembre, slitterà sicuramente di un paio di mesi, con evidente danno per la cultura, per il teatro, per la collettività. Un nuovo schiaffo a Roma.

Torniamo ai bilanci: come mai una disparità così pesante nella valutazione dei conti?

Hanno voluto per forza di cose inserire il Teatro nella legge Bray, che prevede che i teatri, o comunque gli enti nazionali importanti, prossimi al fallimento, possano ricorrere a delle sovvenzioni da parte dello Stato, a patto di operare però sul fronte dei risparmi con tagli e provvedimenti che, come quasi sempre accade, vanno ad incidere sul personale. Con conseguente peggioramento del servizio, causa e al tempo stesso effetto, di una pericolosa inadempienza culturale.

Da cui la fibrillazione sindacale e l’addio risentito del maestro Muti?

Di più: dichiarando di fatto, anche se indirettamente, in qualche modo il fallimento del Teatro, così da poter attingere ai fondi della legge Bray, che secondo il centrosinistra salverebbero il bilancio dell’Opera di Roma, si è arrivati al prepensionamento del corpo di ballo, alla richiesta di rinunce importanti rivolte al personale tutto, e dunque a una svalutazione del personale artistico e del potenziale culturale del Teatro. E in questo marasma, poi, addossare le responsabilità alla gestione del sovrintendente De Martino, nominato dall’allora sindaco Alemanno, di certo non sblocca e non risolve la situazione.

E allora cosa risponde a queste critiche di parte?

Che qualche sbavatura c’è stata, probabilmente, ma che di certo al predecessore di Fuortes, De Martino, si deve riconoscere il grande merito di aver portato a Roma il maestro Muti, siglando un accordo sicuramente più impegnativo dal punto di vista economico, ma che ha creato risonanza e indotto: una situazione che andava gestita a dovere. E invece, se De Martino ha scelto la strada del volano qualitativo, dal punto di vista culturale e spettacolare la gestione Fuortes ha virato operando quasi esclusivamente sui conti. E, allora, sicuramente gli investimenti pregressi hanno generato dei costi, ma altrettanto probabilmente le manovre successive hanno tradotto in passivi di bilancio questi costi, utili a dichiarare lo stato di difficoltà economica odierno. Una crisi tradotta nel depotenziamento del Teatro, oggi quasi morto, svuotato di programmazione di qualità, depauperato nella proposta e nella sua realizzazione scenica: tutte mancanze che rappresentano gli estremi che animano la nostra recriminazione politica e culturale.

E in tutto questo lei come valuta la sindacalizzazione estrema che anima la crisi del Costanzi?

Non è una novità: è solo che Marino si è svegliato adesso. Se tu, sindaco di Roma, all’improvviso annunci stato di crisi, imminenza del fallimento, ricorso al referendum, e quant’altro. Se prima i conti sono in ordine, poi no, anzi accusano un ammanco pesante, su cui poi va ulteriormente ad influire la diminuzione della contribuzione da parte degli enti finanziatori (Comune, Regione, Provincia e ministero). Con una struttura che vanta tra i manager nominati diversi nomi di spicco provenienti dal mondo sindacale, e con i lavoratori costretti a pesanti ridimensionamenti, direi che è ovvia la rivendicazione estrema. Curioso, semmai, il cannibalismo sindacale a cui stiamo assistendo, nel contesto di uno scontro che vede sul ring soprattutto la Cgil vs il sindaco democrat Ignazio Marino.