Jobs Act: il vero scopo della minoranza dem è sabotare l’accordo con il Cavaliere

Tensione sempre alta sul Jobs Act che domani approda in Senato per la discussione generale. La minoranza dei democratici è pronta a dare battaglia con emendamenti che ribalterebbero la filosofia del nuovo contratto a tutele crescenti. Una direzione Pd sul tema è già fissata al Nazareno per il giorno 29, al fine di trovare la quadra e consentire al premier Matteo Renzi di procedere a quel “cambiamento quasi violento” che ha annunciato durante la visita lampo alla Silicon Valley. L’esame del provvedimento (il voto non ci sarà questa settimana ma la prossima) non si preannuncia, dunque, liscio. Ma i tempi devono essere stretti: il via libera al Jobs Act dovrà arrivare entro il percorso della legge di Stabilità (che va presentata entro il 15 ottobre e poi approvata entro fine anno), altrimenti si procederà con il decreto legge, torna ad ammonire il governo con il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta: “Francamente non si può pensare che questo dibattito vada oltre i tempi della legge di Stabilità. In questo paio di mesi dobbiamo fare la riforma, se la facciamo meglio, altrimenti faremo il decreto”.

Ci sono varie ipotesi sul tappeto per arrivare a un compromesso che non scontenti il centrodestra (FI è pronta a dare il suo contributo sulla riforma del lavoro) e che riesca a isolare la Cgil placando le ire dei ribelli dem. Tra quelle che prendono quota c’è l’idea di un’applicazione dell’art.18 che tenga conto delle fasce di anzianità: solo un basso indennizzo per chi è assunto da meno di tre anni, risarcimento più pesante fino a 8-10 anni di anzianità, ritorno della possibilità di reintegro dopo i 10 anni di anzianità. Del resto dopo l’assist di Giorgio Napolitano (“non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”) i progetti di Renzi sono rafforzati mentre nelle file del Pd il dibattito infuria e uno dei ribelli, il senatore Gotor, spiega che dietro la battaglia ideologica sull’art.18 c’è un obiettivo tutto politico: “Visto che al Senato la maggioranza è tale per sei-sette voti, potrebbe rendersi necessario il concorso di Forza Italia. Noi stiamo facendo di tutto per evitarlo”.