Il saluto romano per ricordare le vittime delle foibe? La Cassazione: va punito con la reclusione

Una manifestazione per ricordare le vittime delle foibe? Un pericoloso raduno neofascita. Un saluto romano ad accompagnare il “presente” in memoria di quei morti italiani? Un attentato alla democrazia da punire con  condanne alla reclusione e al pagamento di multe, in ossequio alla legge Scelba. La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della conferma di condanna a due simpatizzanti di CasaPound e questo è quello che se ne deduce leggendo (neanche troppo) tra le righe. I due ragazzi sono stati condannati rispettivamente a due mesi di reclusione e 300 euro di multa e a 20 giorni e 140 euro di multa, pena sostituita con 760 euro di multa. Secondo la Cassazione, il saluto romano in questione e la circostanza in cui è stato fatto rappresentano un pericolo per la nostra democrazia e un tentativo di proselitismo che va condannato con il carcere. Gli ermellini, infatti, scrivono che «non è la manifestazione esteriore in quanto tale ad essere oggetto di incriminazione», ma «il suo venire in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione». I giudici della Prima sezione penale della Suprema Corte si richiamano ai valori fondamentali dell’Unione europea, oltre che alla Costituzione italiana, aggiungono un passaggio sulla «frequenza» di certe manifestazioni anche nel resto d’Europa e spiegano che «l’esigenza di tutela delle istituzioni democratiche non risulta, infatti, erosa dal decorso del tempo e frequenti risultano gli episodi ove sono riconoscibili rigurgiti di intolleranza ai valori dialettici della democrazia e al rispetto dei diritti delle minoranze etniche o religiose».

Un passaggio che fa un effetto un po’ straniante se si pensa che in questo caso particolare si ricordavano le vittime di quella che fu una vera e propria pulizia etnica ai danni degli italiani, in seno a un’Europa e un’Italia che costruirono la loro pace anche su quel sangue, colpevolmente e deliberatamente ricacciato nel dimenticatoio per mezzo secolo. Tutto questo non si affaccia nella sentenza della Cassazione che, invece, a quanto si capisce leggendo le motivazioni, ha visto in quella commemorazione del 10 febbraio 2009 (il 10 febbraio è il Giorno del ricordo dell’esodo e delle vittime delle foibe), svolta a Bolzano, un tentativo da sanzionare di ricostituire «il disciolto partito fascista». «Nulla autorizza a ritenere che il decorso di ormai molti anni dall’entrata in vigore della Costituzione renda scarsamente attuale il rischio di ricostituzione di organismi politico-ideologici aventi comune patrimonio ideale con il disciolto partito fascista o altre formazioni politiche analoghe», è stata la spiegazione con cui i giudici hanno respinto la tesi della difesa sulla assenza di «lesività» del comportamento dei due ragazzi, che chiedevano tra l’altro di depenalizzare i retaggi del reato di opinione per via del «mutato clima politico». Una tesi inaccettabile per il Supremo organo giudicante di un Paese in cui non risulta sia mai stato condannato qualcuno di quelli che inneggiano, per esempio, a «10, 100, mille foibe».