Il fallimento di De Magistris e la rinascita di una leadership costruita sulla dura opposizione

Qualcuno disse, all’indomani delle elezioni comunali di Napoli del 2011, che il risultato aveva dato alla città due scontenti: De Magistris e Lettieri, i duellanti del ballottaggio. Il primo perché avrebbe, con ogni probabilità, preferito svolgere un ruolo a lui più congeniale, quello di antagonista, per poi scegliere, dopo qualche mese, la permanenza all’europarlamento abbandonando il consiglio comunale. Il secondo perché aveva già pronti programmi, soluzioni e squadra per amministrare, da leader, Napoli.Ed in effetti è così. Dopo tre anni e mezzo ci troviamo con una città “scassata”, guidata da un sindaco che si è sempre comportato con una forma mentis da oppositore. Non verso quei poteri che a parole dice di combattere – ma con i quali è invece andato a braccetto fin da subito e che hanno contribuito (con modalità su cui andrebbe aperta una riflessione seria) fortemente ad eleggerlo -, piuttosto verso le istituzioni. Ha, progressivamente, isolato la città marcando le distanze dai governi che si sono succeduti (Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi) inerpicandosi in polemiche atomiche, il cui risultato si è riverberato contro i napoletani. Non ha mai avuto un approccio amministrativo costruttivo insomma, nè, tantomeno, ha mai avuto un’idea complessiva di città attorno alla quale costruire un percorso virtuoso per Napoli. Ed infatti i risultati parlano chiaro: tasse al massimo, indebitamento dell’ente alle stelle, azzeramento sostanziale dei servizi pubblici, fallimento di Bagnoli futura con conseguente commissariamento, e l’elenco potrebbe continuare tragicamente ad libitum… Insomma Luigi De Magistris è (stato) un sindaco eletto per caso, solo perché incarnava plasticamente l’immagine (la sostanza ha poi dimostrato tutt’altro) dell’uomo pronto a scardinare un sistema che in quel preciso momento storico toccava il suo punto più basso.
A farne le spese fu Gianni Lettieri, la cui storia rappresenta un po’ quella del miracolo americano a Napoli: imprenditore di prima generazione, self made man, che, a differenza di De Magistris (Pm cacciato dalla magistratura e rifugiatosi nella politica), ha fatto una carriera impressionante, impiantando imprese in tre continenti e dando lavoro a migliaia di persone. Le elezioni del 2011, nel pieno della crisi economica e con il centrodestra che colava a picco, non erano quelle adatte ad un imprenditore liberale come lui. Ed infatti vinse De Magistris. Però, nei quaranta mesi successivi ognuno, a poco alla volta, si è riappropriato del proprio ruolo originario. De Magistris, come dicevamo, di quello di oppositore. Lettieri, di leader. È rimasto in consiglio comunale, l’imprenditore, a guidare una opposizione dura, ma al tempo stesso concreta e propositiva, mai vista prima a Napoli. Ha raccontato la storia della sua vita in una autobiografia (L’imprenditore scugnizzo) e dato vita, prima di molti altri in Italia, ad un esperimento civico trasversale, creando una rete del fare costituita da associazioni, professionisti, imprenditori e, soprattutto, giovani. A poco a poco, dentro e fuori da Palazzo San Giacomo, i numeri, i consensi e gli apprezzamenti di Lettieri sono cresciuti; quelli di De Magistris diminuiti. Analogamente le promesse ed il movimentismo dell’ex Pm, si sono dissolti nel nulla; mentre le previsioni e le nuove aggregazioni civiche dell’ex presidente degli industriali napoletani, invece, hanno trovato riscontri concreti. Non solo: in questi tre anni e mezzo Lettieri è stato assolto – perché il fatto non sussiste – da un procedimento in atto, che condivideva con il sindaco di Salerno De Luca, e sul quale De Magistris aveva speculato per tutta la durata della campagna elettorale. Al contrario, De Magistris, invece, è stato  pluriindagato e condannato. Anche la storia di chi avesse le mani pulite si è ribaltata! Con buona pace di giustizialisti e radical chic di ogni forma e provenienza. Insomma la stagione di De Magistris ha portato all’archiviazione di De Magistris stesso e non del leader che sconfisse alle elezioni. Come naturale che fosse, verrebbe da dire dopo uno studio attento delle due rispettive personalità. Questa storia – parafrasando Esopo – ci insegna che: a prescindere dalle condizioni, favorevoli o sfavorevoli che siano, è l’approccio psicologico dei protagonisti a determinare il finale. Ognuno è artefice del proprio destino. Nel male e nel bene.