Forze dell’ordine, l’arroganza di Renzi segno di una malattia culturale

Non era mai accaduto, nella storia dell’Italia repubblicana, che un presidente del Consiglio si esprimesse in toni sprezzanti nei confronti degli uomini e delle donne in divisa, uomini  e donne  che rischiano quotidianamente la vita per difendere la sicurezza di tutti. È accaduto, a più riprese, nei giorni scorsi, quando Matteo Renzi ha definito «ricatto» le richieste di Sindacati di polizia e Cocer volte a rimuovere l’annunciato e iniquo blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, che colpirebbe in primo luogo coloro che pattugliano la strade, che arrestano pericolosi lattanti, che accorrono in soccorso di chi è in pericolo, che finiscono numerosi in infermeria quando le strade delle nostre città sono devastate dai guerriglieri urbani di professione.

Se ciò è accaduto, ci troviamo di fronte a un sintomo grave di scollamento delle istituzioni e di incapacità di governo. Poi si può ribattere che anche l’annuncio di un possibile uso dell’arma dello sciopero da parte delle forze dell’ordine è cosa mai vista nella recente storia italiana. Ma anche qui è doveroso chiedersi perché  e anche qui bisogna stare attenti a non scambiare gli effetti con le cause. E le cause si riducono tutte a una:  l’insensibilità politica, l’insensibilità di non capire che il comparto della sicurezza è un settore strategico per la vita di un società moderna, attaccata dalla grande e piccola criminalità, dalle mafie transnazionali, dall’anomia quotidiana che produce  follia e violenza. E a pagarne le conseguenze sono sempre i più deboli e i più indifesi. L’insensibilità è non ascolatare le richieste degli uomini e delle donne in divisa. L’insensibilità è chiudere le porte al dialogo, come se la dedizione delle forze di polizia non costasse lavoro e fatica, come se non fosse, com’è, un patrimonio di coraggio, di valori, di abnegazione (un bene comune, per dirla con una espressione oggi di moda) da preservare per meglio tutelare l’interesse generale.

Governare vuol dire scegliere tra opzioni diverse. E allora non si può fare a meno di notare che il governo Renzi, se riesce a trovare le risorse per iniziative discutibili e potenzialmente dannose come Mare Nostrum (si moltiplicano da tempo gli allarmi per il ritorno di malattie debellate da quasi un secolo come la Tbc),  non trova però i mezzi per rifornire degnamente di benzina le volanti. Non si tratta insomma di una scelta tecnica ma politica. Ma al governo, si dirà, non c’è solo un partito di sinistra come il Pd, cioè un partito che non ha certo parole come “legge” e “ordine” nel proprio patrimonio genetico. C’è anche un partito che si chiama “Nuovo centrodestra” e che ha anche il ministro dell’Interno per leader. S’è mai udita la voce di questo partito in difesa delle forze dell’ordine? Chi ritiene di sì alzi la mano, perché noi finora non l’abbiamo mai sentita.

Il disagio delle forze dell’ordine viene comunque anche da cause culturali, come quella storica malattia italiana che si chiama “insufficiente senso dello Stato e della legalità”, una malattia che ogni tanto origina manifestazioni eclatanti e inquietanti. Come ad esempio quella sconcertante manifestazione a Napoli contro le forze di polizia avvenuta a seguito della tragica morte di un diciassettenne. «Lo Stato non ci difende», gridavano i manifestanti. In quelle circostanze, è un grido che suona grottesco. Perché quel povero ragazzo non è stato vittima dello Stato, ma di un ambiente sociale e urbano senza legge né ordine, dove sembra normale andare  in tre su un motorino in compagnia di un pregiudicato, non fermarsi all’alt dei carabinieri, insultare e schernire le forze dell’ordine. Sono fatti che accadono purtroppo quotidianamente. E che in questi giorni sono saliti tristemente alla ribalta delle cronache per il colpo accidentale partito dall’arma di un carabiniere che è inciampato durante l’inseguimento.

Difendere le forze dell’ordine vuol dire, al dunque, sostenere l’azione di chi difende la possibilità che la vita sociale italiana mantenga ancora un minimo di decenza, nonostante tutte le brutture, le infamie, le scelleratezze che la caratterizzano. È un fatto politico. È anche un fatto morale e culturale.