Fisco, tutto da rifare. Dall’Isola Tiberina la sfida per salvare un Paese tecnicamente già in default

Tassazione record che supera il 60 per cento, recupero dell’evasione fiscale a senso unico con lo Stato complice delle banche strozzine, burocrazia mangiasoldi e tempo, sviluppo fermo, giovani in fuga. Sotto il tendone di Atreju 2014 (la “serra”, come l’hanno ribattezzata per il caldo-umido i volontari con la loro immancabile t-shirt blu) la tavola rotonda “L’Italia delle tasse. Guida pratica per rilanciare la crescita, spuntando il fisco” apre la quarta giornata della festa nazionale all’Isola Tiberina. A fare gli onori di casa Marco Scurria, già parlamentare europeo di Fratelli d’Italia, che lancia agli interlocutori (Maurizio BelpietroFrancesco BocciaGiorgio Merletti, Enzo De Fuscole prime proovocazioni sul terreno minato del fisco (esiste un’evasione fiscale giusta come atto di ribellione civile?), a partire dal pasticciaccio brutto dei ritardi nella restituzione dei debiti della pubblica amministrazione, un orrore che non esiste in nessun altro Paese. A surriscaldare il clima ci pensa il direttore di Libero facendo subito le pulci ai numeri del governo.  «Mentre parliamo la Cgia di Mestre ci informa che da qui alla fine dell’anno lo Stato deve restituire alle imprese 35 miliardi di euro di debiti, altro che capitolo risolto», dice invitando Renzi a dire la verità su una situazione che nessun salvatore della patria (tanto meno i governi tecnici) è riuscito a risolvere, perché il debito si autorigenera in un vortice che porterà l’Italia al collasso, perché «con l’aumento delle tasse non si produce l’aumento del gettito ma il corto circuito, come sta accadendo. Se non si inverte la tendenza rischiamo di fare la fine dell’Argentina».

Con un intervento fuori dai denti Massimo Corsaro ricorda  la prima proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia in Parlamento che prevede un tetto massimo (40 per cento) alla tassazione da inserire come norma costituzionale, «un principio elementare, quasi banale – dice il parlamentare milanese – che ci obbliga ad affrontare il rovescio della medaglia di cui nessuno si occupa. Non si potrà mai ridurre la tassazione, condizione necessaria per rimettere in moto l’economia di un Paese strozzato, se non si abbassa il livello della spesa per cui si chiedono nuove imposte». In soldoni bisogna avere il coraggio di intervenire chirurgicamente sugli 850 miliardi di spesa pubblica, operazione che non è riuscita a nessun governo, neppure durante il ventennio berlusconiano. Bisogna assumersi la responsabilità – dice Corsaro invitando tutti a un “bagno” di autocritica – di dire “rinuncio a una percentuale di tasse perché taglio la stessa percentuale di spese o servizi”. E invece abbiamo avuto i tecnici e i tecnici al quadrato, come il professor Giarda, l’inventore della spending review, che dopo mesi di studi sudatissimi è riuscito a partorire la ricetta per tagliare due miliardi e mezzo di spesa pubblica, una briciola. Per Corsaro, che al pubblico di Atreju confessa di essere arrabbiato nero per il vaffa inviato da Renzi alla Cgil – «perché non lo abbiamo spernacchiato noi?» – occorre mettere mano all’abbassamento dei livelli di servizi che lo Stato offre gratuitamente con una partecipazione dei cittadini. Illuminante l’intervento di De Fusco che fotografa la mannaia della pressione «statale» («non è solo fiscale, perché al fisco vanno aggiunti balzelli indiretti e affini, contributi e oneri locali…») e delinea il ritratto di un Paese tecnicamente fallito. Per un artigiano l’onere fiscale annuo è al 66 per cento, per un commerciante è del 69, per un libero professionista è del 72. Numeri choc: su un milione di euro guadagnati in un mese, 700 vanno allo Stato. Per non dire dei paradossi tutti italiani, a partire dall’Irap che penalizza le imprese che assumono, o degli escamotage perché tutto resti uguale come nel caso dei pensionati d’oro. Per il democratico Boccia, messo alle strette dall’evidenza dei numeri, la prova del  fuoco è rappresentata dalla prossima legge di Bilancio e dalla battaglia per la tassazione delle grandi multinazionali. «Sulla web tax invito tutti a una battaglia comune, non si tratta di aggiungere una nuova tassa ma di far pagare l’Iva ai grandi gruppi internazionali nelle sedi dove realizzano i propri utili». Peccato, ricorda il perfido Belpietro all’esponente del Pd, che la tassazione suell’economia digitale l’abbia affossata proprio Renzi.