Fausto Bertinotti vale cento Ignazio Marino, Simone Cristicchi vale cento Serena Dandini

È davvero servito lo scossone dato da Bertinotti ai “compagni”? La grande stampa ha dato rilievo alla confessione di Fausto Bertinotti, l’ultimo vero leader falce e martello, uno dei pochi – nella sinistra non annacquata – ad avere un certo carisma e una visione strategica, nonostante l’oblìo in cui è finito o l’hanno fatto finire. «Il comunismo ha fallito», ha detto a Todi. Un ceffone ai nostalgici e uno schiaffetto ai giovani rottamatori furbetti, quelli alla Renzi, che dicono di voler cambiare il mondo ma sanno solo piazzare le Mogherini di turno su una poltrona. «Bisogna ripartire dalla cultura liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo», l’altra botta data da Bertinotti. Poi ha parlato del gesto rivoluzionario (le dimissioni di Ratzinger), del Cattolicesimo rivitalizzato da Papa Francesco e dei cambiamenti epocali. Ma non è tanto questo il punto. La frase più importante è nel riconoscere che i vincitori di una volta sono i veri vinti. Vinti non dalla guerra ma dalla storia: «La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo». Il perché è in tutto ciò che i “compagni” hanno sempre negato, e cioè nel sapere che il comunismo causava lacrime e sangue: «Io appartengo a una cultura che ha pensato che si potessero comprimere i diritti individuali in nome di una causa di liberazione. Abbiamo pensato che se per un certo periodo era necessario mettere la mordacchia al dissenso». E ancora: «La mia storia ha pensato che si potesse comprimere le libertà personali. L’intellettualità europea fra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica e che bisognava attendere il 1956 o Praga». Una confessione, quella di Bertinotti, che lo fa sembrare un gigante rispetto ai tentennamenti dei suoi compagni di viaggio. Il rischio, però, è che le sue parole finiscano nel limbo. Perché il comunismo è morto – e questo lo sanno tutti – ma i suoi figli, anche se residuali, continuano a mantenere potere o a garantirsi protezioni. Non è un caso se Cristicchi, per aver fatto uno splendido spettacolo sull’esodo e sulle Foibe, sia stato minacciato e preso di mira, trattato come un Giuda. Certo, lui non è un arcigno custode dell’ortodossia sinistrorsa in campo artistico come una Dandini o una Guzzanti. La verità non si può e non si deve dire. Non è un caso se i sindaci delle più grandi città italiani – quelli che dovrebbero avere più spessore culturale rispetto ai sindaci dei paesini emiliani – si rifiutino di intitolare una piazza o una strada al leader storico della destra, Giorgio Almirante. Niente, sono ancora ancorati ai pregiudizi e alla faziosità veterocomunista. Non è un caso se la Boldrini, che è presidente della Camera, non si presenti alla commemorazione di Almirante a Montecitorio e annunci, invece, iniziative a per celebrare Togliatti, su cui ci sono molte ombre storiche. Per non parlare poi degli schiaffi alla memoria e della mancanza di umanità persino nei confronti dei giovani morti negli anni di piombo, colpevoli solo di essere di destra. Non ci riferiamo certo ai centri sociali ma al sindaco di Roma, Ignazio Marino, che non ha portato neppure un fiore ad Acca Larentia, in memoria di Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni. Un gesto offensivo, che riporta indietro di decenni, nonostante i passi avanti fatti con Veltroni e con Alemanno. Ancora oggi, poi, un’attenta analisi storica, se non fa comodo al Verbo della sinistra, viene messa all’indice, è «revisionismo», nella sua accezione negativa. Basti pensare a Pansa o a De Felice. Proprio per questo – anzi, per tutto questo – lo scossone di Bertinotti è utile ma non decisivo. Però una verità è sotto gli occhi di tutti: un Bertinotti vale cento Marino. Un Cristicchi vale cento Dandini.