Ebola, l’appello di Medici senza frontiere: «Perdiamo troppe vite, risposta internazionale inadeguata»

L’epidemia ebola continua a mietere vittime: centocinquanta nuovi casi e settanta cadaveri sono stati scoperti in Sierra Leone dopo tre giorni di quarantena. Ma la risposta internazionale è ancora debole. «A sei mesi dall’inizio della peggiore epidemia di ebola, la risposta internazionale è ancora inadeguata, stiamo perdendo troppe vite e le nostre equipe sono al limite delle loro capacità. Occorre agire ora per fermare l’epidemia». È l’appello lanciato da Medici senza frontiere impegnata in Africa Occidentale fin dai primi giorni dell’epidemia. «Nessuno si attendeva che il budget 2014 di Msf per l’ebola arrivasse a 46 milioni». Fino al prossimo 4 ottobre è possibile effettuare donazioni al numero 45507. «In Africa occidentale la situazione è drammatica, decine di persone si ammalano ogni giorno, bussano alle porte dei nostri centri ma siamo costretti a rimandarle a casa perché non abbiamo abbastanza letti per accoglierle – ha detto Loris De Filippi, presidente di Msf – La diffusione dell’epidemia procede molto più rapidamente degli sforzi internazionali per contenerla. Intanto le nostre equipe, oltre 2.300 operatori tra cui molti italiani, lavorano giorno e notte per salvare più vite possibili. Chiediamo l’aiuto di tutti per sostenere la nostra azione: il tempo stringe, l’ebola uccide, dobbiamo agire ora per fermare l’epidemia» che cresce ogni settimana. «Lavorare contro l’ebola è estremamente difficile sia sul piano medico perché la nostra capacità è limitata, sia sul piano umano, perché è una malattia che provoca grandi sofferenze e molti dei nostri pazienti (donne, uomini, bambini) non sopravvivono – ha affermato Roberta Petrucci, medico di Msf appena rientrata dalla Liberia dov’è rimasta per cinque settimane – Tra la gente la paura è palpabile, i sistemi sanitari sono al collasso, le strutture sono chiuse e i danni da mortalità che sta causando indirettamente l’Ebola sono incalcolabili. Ma ogni guarigione è una festa e ci dà la forza di andare avanti. Con l’aiuto di tutti, potremo continuare la nostra azione per salvare altre vite e fermare questa drammatica epidemia». MSF è entrata in azione contro l’Ebola fin dai primi giorni dell’epidemia, mobilitando i propri esperti di febbre emorragica, medici, infermieri, igienisti, esperti di logistica. Le equipe di Msf hanno trattato complessivamente circa il 60% dei casi registrati. Hanno ricoverato più di 2.930 persone, di cui circa 1.750 sono risultate positive all’Ebola. 520 sono guarite. Oggi MSF è impegnata nei paesi colpiti con 2.239 operatori, tra cui 239 internazionali e una ventina d’italiani, gestisce cinque centri di trattamento, per una capacità totale di 502 posti letto in isolamento, e supporta le strutture sanitarie locali formando il personale e distribuendo kit di sterilizzazione e assistenza medica. E intanto il religioso e medico spagnolo Manuel Garcia Viejo, colpito dal virus è stato rimpatriato dalla Sierra Leone in Spagna, dove è giunto su un aereo ospedale dell’Esercito, atterrato nell’aeroporto madrileno di Torrejon de Ardoz. Manuel Garcia Viejo, di 69 anni, dei quali gli ultimi dodici trascorsi come direttore dell’ospedale dell’ordine di San Juan de Dios a Lunsar, in Serra Leone, è stato trasferito al nosocomio Carlo III, con lo stesso protocollo di sicurezza impiegato per il primo ammalato di ebola giunto in Europa, il missionario Miguel Pajares, morto il 12 agosto vittima del virus. Garcia Viejo è in un reparto isolato, al sesto piano, con una ventilazione speciale che impedisce all’aria di uscire dalla camera di degenza, anche se in questa occasione non è stato evacuato il piano e il reparto ospedaliero, come nel caso del ricovero di Muguel Pajares. Le sue condizioni sono definite stabili nella gravità.