Consulta, la carica dei 107 (assenti) blocca Violante e Bruno. Al Csm eletti Casellati, Bene e Balduzzi

La decima fumata nera per l’elezione dei giudici della Consulta non scoraggia Pd e Forza Italia, che hanno visto i loro candidati (Luciano Violante e Donato Bruno) intorno a quota 530, 40 voti sotto la maggioranza necessaria per l’elezione. I capigruppo del Partito democratico Roberto Speranza e di Forza Italia Renato Brunetta assicurano che anche alla votazione di domani alle 18 si insisterà con il ticket Violante-Bruno. «Con un numero così elevato di voti – spiega Brunetta – non si abbandonano questi candidati, serve un altro sforzo». Numeri confermati dalla fumata bianca per Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia), Teresa Bene (Pd) e Renato Balduzzi (Scelta civica) che sono stati eletti membri laici del Csm. I tre hanno superato il quorum previsto di 481 voti ottenendo rispettivamente 489, 486 e 486 voti. Alla votazione per la Consulta gli assenti sono stati in tutto 107. Oltre il M5s, è Fi il partito con più assenti, 16 parlamentari non hanno votato. Nel Pd sono stati 10. Del Ncd non si sono presentati in 9.

Servirà una nuova votazione, l’ottava, per elegger altri due membri laici del Csm. L’esame del voto non è stato superato da Luigi Vitali (Forza Italia). Sul candidato azzurro sarebbero mancati proprio i voti degli esponenti del Pd. Vitali era finito nel mirino anche del Movimento 5 stelle. Domani alle 18 si torna al braccio di ferro di Pd e Forza Italia: sui nomi di Violante e Bruno si tiene infatti un vero e proprio test per provare la percorribilità della strada delle riforme. Da parte di Forza Italia era stato mostrato il massimo del senso di responsabilità con la rinuncia alla candidatura di Antonio Catricalà: Silvio Berlusconi in persona aveva mobilitato i suoi gruppi per sostenere l’accoppiata, frutto di un travagliato compromesso; e lo stesso avevano fatto i fedelissimi di Matteo Renzi, tanto che il vicesegretario Lorenzo Guerini si era sbilanciato nel dire che stavolta c’erano le condizioni per designare i due nuovi giudici costituzionali. E invece queste ”condizioni” si sono liquefatte alla prova del voto segreto, consentendo al Movimento 5 stelle di esultare per il naufragio di un’intesa giudicata impresentabile. Ma è soprattutto la dissidenza interna al Partito democratico ad avere battuto un colpo che non va sottovalutato. Invano lo stesso presidente del Senato Piero Grasso si era sbilanciato drammatizzando la questione: «Se entro lunedì non si trova una soluzione il problema diventerà ancora più grave. Non si può tenere bloccato così un Parlamento». Un appello che i malpancisti del Pd hanno fatto cadere nel vuoto.