Cina, ancora sangue nello Xinjiang: la minoranza islamica uighura si scatena dopo la condanna di un suo leader

Ancora sangue nel Xinjiang, la tormentata regione del nordovest della Cina dove, secondo i media cinesi, almeno 50 persone hanno perso la vita e altre decine sono rimaste ferite nell’ennesima esplosione di violenza. Il sito web Tianshan, controllato dal governo locale, afferma che le violenze sono iniziate domenica scorsa nella località di Luntai con una serie di esplosioni che hanno preso di mira un ristorante, un mercato all’aperto e due commissariati di polizia provocando la morte di due poliziotti, due impiegati e sei passanti. I feriti sono stati cinquantaquattro. La polizia, afferma il sito, ha sostenuto che si è trattato di un «serio attacco terroristico» e ha «prontamente reagito», impegnando gli assalitori in un conflitto a fuoco: 40 di loro sono morti sotto i colpi degli agenti oppure facendosi saltare in aria con degli esplosivi. Infermieri dell’ospedale locale hanno confermato che decine di persone sono ferite e che l’ospedale non ha più letti liberi. Il Xinjiang è scosso dal 2009 da gravi episodi di violenza a sfondo etnico tra l’etnia locale degli uighuri, turcofoni e di religione islamica, e gli immigrati dalle altre regioni della Cina, che sono di etnia han. Centinaia di persone sono morte, migliaia sono state incarcerate e almeno una dozzina di condanne a morte sono state comminate ed eseguite, tutte contro gli uighuri. L’episodio di Luntai viene a ridosso della condanna all’ergastolo per “secessionismo” dell’economista uighuro Ilham Tohti, generalmente ritenuto un moderato e un promotore del compromesso e della pacificazione tra uighuri e han. La condanna di Tohti, la più grave inflitta da decenni a un dissidente, ha suscitato decise di proteste in tutto il mondo. In un articolo scritto per il quotidiano The Guardian all’inizio di questa settimana Teng Biao, un avvocato democratico che vive in esilio, ha affermato che «le autorità cinesi, con il loro uso eccessivo della violenza, hanno seminato ostilità, divisione e disperazione nel Xinjiang e nel Tibet». Secondo Nicholas Bequelin, ricercatore del gruppo Human Rights Watch, «la vera ragione della condanna di Tohti sta nei suoi espliciti sforzi di convincere il governo centrale a cambiare le sue politiche oppressive nel suo nativo Xinjiang, che secondo lui stanno generando una forma di resistenza violenta tra i dieci milioni di uighuri, prevalentemente musulmani». Il modello di contro-insurrezione sulla base del quale si muovono le forze di sicurezza cinesi è controproducente, secondo Bequelin. Nel Xinjiang, conclude il ricercatore, «Pechino non sta affrontando un’insurrezione, non c’è neanche un’opposizione politica organizzata. Considerando tutti (gli uighuri) sospetti, la tattica di Pechino non fa che approfondire la polarizzazione tra uighuri ed han».

Martedì scorso l’intellettuale uighuro Ilham Tohti, una voce critica moderata della politica del governo di Pechino, è stato condannato al carcere a vita. Si tratta della condanna più severa inflitta ad un dissidente da decenni e la mano pesante del regime ha sollevato dure critiche da parte di governi di numerosi paesi occidentali, dell’Unione Europea e di gruppi umanitari internazionali. L’imputato ha protestato vivacemente alla lettura della sentenza, mentre sua moglie, Guzaili Nu’er, è stata colta da un malore. «Faremo certamente ricorso», ha detto uno degli avvocati di Tohti, Li Fangping, ai giornalisti. L’avvocato ha precisato che Tohti è stato condannato sulla base delle delazioni di sette dei suoi studenti, arrestati con lui in gennaio. I giovani hanno cambiato le loro prime dichiarazioni dopo essere stati per mesi nelle mani della polizia, senza poter essere visitati da parenti o avvocati. Altri capi di accusa sono stati tratti da articoli apparsi sul suo blog “Uyghur Online”, che è stato soppresso nel 2008 e che erano pubblici. Tohti è stato professore di economia all’Università delle Minoranze di Pechino ed é noto nel mondo accademico e tra i giornalisti stranieri in Cina per le sue posizioni improntate alla cautela. Nonostante le violenze che sconvolgono la regione da almeno cinque anni, e che hanno visto centinaia di morti, attentati, repressioni, migliaia di arresti e decine di esecuzioni, il professore aveva continuato a sostenere la necessità del dialogo tra gli uighuri, originari della regione, e gli immigrati di etnia han, giunti da altre aree della Cina, chiedendo che al Xinjiang fosse garantita una vera autonomia amministrativa. Joseph Cheng, che insegna alla City University di Hong Kong, ha sottolineato che «si tratta di un pessimo segnale per le relazioni tra uighuri e han e che riflette i valori e lo stile dell’amministrazione di Xi Jinping» (il presidente nazionalista della Cina). Solidarietà con Tohti è stata poi espressa da alcuni dei più noti dissidenti cinesi, come l’artista Ai Weiwei e l’attivista Hu Jia. L’organizzazione umanitaria Amnesty International ha definito «vergognosa» la sentenza. Uno studente che seguiva i corsi tenuti dal professore prima del suo arresto, e che vuole mantenere l’anonimato, ha smentito che Tohti abbia mai predicato la secessione dalla Cina.