Capo del Dap, arriva l’outsider. E i magistrati tremano: in ballo c’è una super-indennità a vita

Sarebbe una svolta storica. Perché quella poltrona, ambitissima e desideratissima, che vale, solo di indennità, 500mila euro l’anno, fonte di vere e proprie guerre fratricide tra le correnti della magistratura, è stata sempre appannaggio delle toghe. Una legge non scritta. Ma è un fatto. Da Nicolò Amato fino a Giovanni Tamburino, passando per Caselli, Coiro, Tinebra, Ferrara e tanti altri, l’incarico dirigenziale di capo del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che si occupa di carceri e che ha, sotto di sé, la polizia penitenziaria, è sempre e solo stato riservato ai magistrati. Ma, forse, stavolta, non sarà così. Perché dalla polizia penitenziaria ai penalisti, alle associazioni dei detenuti, si sta formando un fronte comune per portare, su quella poltrona, un outsider, Mauro Palma, in contrapposizione ai nomi di tre magistrati che sono in pole position: Giovanni Salvi, procuratore di Catania, Giovanni Melillo, già procuratore aggiunto di Napoli e ora capo di gabinetto del ministero della Giustizia e Santi Consolo, che è stato vice capo del Dap e attualmente è procuratore generale di Caltanissetta.
Una nomina, quella del capo del Dap, che da mesi viene tenuta in sospeso. Tanto che l’Unione delle Camere Penali annota «il mondo del carcere, e non solo, è in attesa da tempo di conoscere il nome del nuovo direttore del Dap» prima di schierarsi apertamente con gli agenti di custodia a favore del nome di Palma quale nuovo capo del Dap: «si augura che l’attesa possa essere foriera di cambiamenti, peraltro in un settore che vive problemi enormi e che, pertanto, necessita più di ogni altro di un cambiamento radicale. Il primo cambiamento che viene in mente – sottolineano i penalisti – è anche quello più ovvio, ossia la scelta di affidare quella carica ad una persona che non sia un magistrato. E ciò, oltre che per iniziare ad invertire, concretamente, la tendenza in ordine ai troppi magistrati fuori ruolo, anche per scegliere secondo le reali competenze: cosa che certamente non indirizza verso una categoria che, com’è noto e come è ammesso dai suoi stessi rappresentanti, conosce poco o niente il carcere, tanto che si va affacciando l’idea di farne argomento del tirocinio”. Di qui il nome di Palma “sposato” in pieno dai penalisti attraverso un attacco dialettico frontale alla magistratura: «La nostra società vive due paradossi: il primo è che i titolari del potere coercitivo non sanno cosa sia la galera, il secondo è che vengono per giunta nominati capo del Dap. Lo sanno bene gli agenti di custodia, che invece il carcere lo vivono dal di dentro e che tramite il sindacato Sappe hanno proposto una figura di grande spessore e sicura competenza come il professor Mauro Palma. Richiesta cui l’Unione – conclude i penalisti – non può che associarsi».
La polemica è di vecchia data. E i sindacati degli agenti di custodia non hanno mai mancato di dire come la pensavano rispetto alle “imposizioni” di magistrati alla guida del Dap: «continuiamo a subire la nomina di Capi Dipartimento che non hanno alcuna cognizione di che cosa significhi comandare un Corpo di polizia né alcuna esperienza manageriale in senso stretto», disse la polizia penitenziaria quando arrivò la nomina dell’ultimo, recente, capo del Dipartimento, quel Giovanni Tamburino che ora deve essere sostituito. «Sono anni, forse decenni, che continuiamo a lanciare sos sulla necessità che a capo del Dap sia nominato un manager, esperto di organizzazione e, soprattutto, di gestione delle risorse umane», rincararono, all’epoca, la dose gli agenti secondo i quali «per colpa della stramaledetta indennità di 500.000 euro all’anno  la poltrona di capo del Dap è uno degli incarichi dirigenziali più ambiti e desiderati dello stato italiano». Indennità che ha una particolarità, ben spiegata dagli stessi agenti di polizia penitenziaria: «il diritto alla indennità di cinquecentomila euro si acquisisce contestualmente e immediatamente al conferimento dell’incarico di Capo Dap e si mantiene per sempre – anche dopo aver lasciato l’incarico – anche sulla pensione che si percepirà dopo aver lasciato il lavoro». Forse così si comprende meglio perché la magistratura sgomita per avere quell’incarico. Che, stavolta, potrebbe sfuggirgli di mano.