La Dell’Olio: cara Rosy, per attaccare Matteo non criticare le sue ministre perché “giovani e belle”

Il tarlo del pregiudizio sul binomio donne e politica continua a rodere Rosy Bindi. E se ieri ha rappresentato il motivo per mettere all’indice Silvio Berlusconi (reo di averla provocatoriamente definita «più bella che intelligente»), bollato con la lettera scarlatta in quanto untore del velinismo sdoganato nei palazzi del potere, oggi Renzi – sottolinea la presidente della commissione parlamentare Antimafia in una videointervista al Corriere.it – replica “colpevolmente” con ministre giovani e belle, da lei additate per la loro avvenenza in primo piano. Tanto da aggiungere un suggerimento che la dice lunga: «Meglio non rilasciare interviste sul personale, e magari farne una in più sul merito del loro lavoro…». Chissà cosa dever pensato, allora, l’ex ministro della Salute degli istituzionali topless paparazzati nell’ultimo scorcio d’estate… Che succede insomma? Lo abbiamo chiesto ad Anselma Dell’Olio, storica portabandiera di tante battaglie civili, giornalista e attenta osservatrice e (quando serve) fustigatrice di costumi e malcostumi femminili.

«Succede – ci spiega Lady Ferrara – che la storia si ripete: anni fa, in uno dei governi Berlusconi, ricordo di aver lavorato alla costituzione del Branco Rosa, un gruppo di lavoro con cui abbiamo raccolto curricula per poter selezionare una rosa di nomi qualificati da proporre per l’inserimento in posti chiave. Un lavoro nel solco di quanto realizzato da Lella Golfo attraverso la Fondazione Belisario – di cui è fondatrice e attuale presidente – che ha introdotto in Italia le quote di genere nei Consigli di Amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate e controllate dalle Pubbliche Amministrazioni, normativa unanimemente riconosciuta come «epocale», e di cui è stata prima firmataria, tanto da venire riconosciuta ancora oggi la “madrina delle quote di genere”. La filosofia del Branco Rosa era la stessa, con una ulteriore significativa aggiunta: il rispetto di un codice deontologico basato su un principio di complicità reciproca, che aveva al primo posto la promessa di non darsi vicendevolmente addosso, soprattutto nelle dichiarazioni pubbliche. E allora Rosy? Che combini? Te lo dico con affetto perché siamo amiche: ci metti il carico da undici sopra?

Vuole dire che concorda con l’ex presidente del Pd sull’esistenza di un pregiudizio sulle donne al potere, ma che lei stessa con queste ultime dichiarazioni si è inserita esattamente nel solco dei diffidenti?

Di più: ha preso la mazza e ci ha dato giù pesante. Allora, approfitto di questa chiacchierata per darle un suggerimento: non lo fare Rosy, ti prego, oltretutto rischi di cadere nel solito cliché delle donne che, superati i cinquant’anni, si accaniscono su quelle più giovani.

Vuole dire che la fetta di potere è piccola, e che le donne continuano a litigarsela?

Non solo: anche che ogni battaglia sociale ha qualche possibilità di vittoria solo se ci si allea. Se continuiamo a metterci una contro l’altra non si va da nessuna parte. Se proseguiamo sulla strada dell’insulto e del sospetto sessista si resta al punto di partenza. Detto questo, per tornare alle dichiarazioni di Rosy Bindi, credo che l’obiettivo nel suo mirino polemico fosse più Matteo Renzi che le sue donne ministro. C’è un malanimo personale da parte sua nei confronti del premier. Il che giustifica – ma solo in parte – l’attacco sferrato dal Corriere. Ma è una roba vecchia. Non si fa…

Nell’intervista la Bindi sostiene sia rimasta una «connotazione maschile del potere» e, dunque, che staremmo ancora alle «gentili concessioni». Secondo lei occorre una legge elettorale innovativa anche in questo senso?

I francesi l’hanno fatto – anche se solo per le amministrative – e ha funzionato: cosa di cui ho potuto rendermi fattivamente conto qualche anno fa quando, con l’allora ministro delle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, andammo in Francia, nel momento del premier socialista Lionel Jospin. Noi neanche questo siamo riusciti a fare…