40 anni fa l’arresto di Curcio: una vittoria dello Stato vanificata dai salotti radical chic

La stagione della stupidità criminale in Italia, cioè gli anni di piombo, è stata abbondantemente digerita, ma la lunga malattia non se n’è andata senza lasciare tracce nell’organismo nazionale. E ogni volta che capita di rievocare qualche episodio decisivo di quella triste fase di vita collettiva s’avverte sempre una fitta, un fastidio, un senso di frustrazione sordo e rancido. Irritante è soprattutto il pensiero che un gruppo di assassini, le Br,  abbia potuto seminare a lungo morte nel Paes con la copertura morale o, nella migliore delle ipotesi, con la colpevole sottovaluzione di una parte della società e della politica. Grave, in particolare, è stata la responsabilità di vari settori del ceto intellettuale nel diffondere l’idea di una sorta neutralità nello scontro allora in atto in Italia, idea condensata nel triste e codardo motto «né con lo Stato né con le Br».

Così, rievocando dopo quarant’anni, l’arresto di Curcio e Franceschini da parte dei carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa, il giudice Giancarlo Caselli, che allora coordinava le indagini, sente il bisogno, in una intervista rilasciata a la Repubblica, di ricordare il «muro di ambiguità dei compagni che sbagliano, i complici silenziosi di certi intellettuali». Il magistrato, ora in pensione, rammenta anche l’«intellighenzia che partecipò alla vergognosa campagna contro il commissario Calabresi che pagò con la vita quelle menzogne». «Per quanto riguarda Torino – dice sempre Caselli – ricordo che un giorno venne assaltato a bastonate un bar ritenuto un covo di fascisti. Mi capitò di interrogare i testimoni, anche esponenti del mondi intellettuale della città. Incontrai l’omertà». Giusto rievocare quegli atti di complicità e di viltà. Il non lieve rammarico è che certe patologie politico-intellettuali potevano essere denunciate prima. Forse la storia italiana sarebbe stata diversa. Certo è il fatto che gli esponenti di quell’intellighenzia adulterata non avrebbero ricevuto gli onori e le prebende che hanno a lungo ricevuto. E certo è anche il fatto che il filo di quell’aberrazione culturale non si è interrotto, viste le benedizioni che arrivano oggi ai teppisti No Tav da personaggi come Erri De Luca, Gianni Vattimo e Dario Fo. Compagni che sbagliano e intellettuali che non ne imbroccano una.