Renzi in Iraq fa sfoggio di ovvietà. Una visita-lampo per il suo “book” fotografico

Ua mera propaganda per la sua galleria fotografica si può definire la sortita del premier Renzi in Iraq. Un po’ di ovvietà e un po’ di frasi a effetto a cui ci ha abituato, tanto basta per esserci. «L’Europa in questi giorni deve essere in Iraq altrimenti non è Europa». Così, con fare assertivo, si è rivolto al premier uscente dell’Iraq Nouri Al Maliki incontrato nel palazzo presidenziale della zona verde di Baghdad. Come da copione  Renzi ha espresso amicizia e vicinanza sia dell’Italia sia dell’Europa verso l’Iraq e si è lanciato in un’analisi molto raffinata: l’integrità della regione e dell’Iraq, ha evidenziato il premier italiano, è fondamentale per la stabilità dell’intera area. Ma guarda. Al Maliki che si è rivolto a Renzi in qualità di premier italiano ma anche di presidente di turno dell’Unione europea è entrato più nello specifico e ha spiegato che il suo passo indietro è stato un atto dovuto ma ha invitato a non avere paura della democrazia in Iraq una democrazia giovane ma alla quale il popolo iracheno tiene molto. Qualcosa lamento l’ha detta mentre il nostro premier proseguiva con i soliti artifici retorici della sua dialettica buona per ogni occasione, nazionale e internazionale: «Se qualcuno pensasse che davanti ai massacri in Iraq l’Europa volta le spalle e pensa solo allo spread, ha sbagliato previsione oppure ha sbagliato semestre», dice al premier incaricato di formare un nuovo governo, Haider Al Abadi. Al quale ha ribadito l’ovvio: «È importante individuare una strategia chiara per far uscire l’Iraq dalla violenza». E il nuovo governo -scopre Renzi- «può essere un’opportunità». Una visita-lampo che non lascerà particolari tracce se non nel gusto autocelebrativo di sempre.