Renzi fugge sull’articolo 18: per cambiare verso, in certi casi, ci vuole troppo coraggio

“Benaltrismo”. Ricordate? E’ la formula magica con la quale Matteo Renzi attaccava i suoi avversari all’interno del Pd e non solo loro. Sotto gli strali del “benaltrismo”sono finiti in tanti. Ma che cosa intendeva dire il premier usando il termine “benaltrismo”? Era la raffigurazione di una forma dialettica che, nel linguaggio renziano, classifica un pensiero, un metodo di ragionamento secondo il quale si cerca di far passare per superfluo e poco accattivante  la proposta di cambiamento di uno status, l’individuazione di un problema ritenuto centrale , una scelta politica che mette in discussione diritti acquisiti e posizioni consolidate a tutto vantaggio di chi , gattopardescamente, invoca il cambiamento senza far nulla per modificare le cose.

Nel diluvio di parole e di promesse di “cambiare verso”, la posizione di chi dice sempre che il problema è altrove, l’espressione “benaltrismo” ha trovato  momenti di gloria e di indubbio successo mediatico. Si dà il caso però che ora quel temine rischia di rivelarsi un boomerang per il suo stesso ideatore. Prendete la discussione sulla eliminazione o meno dell’art.18. La questione è delicata, non c’è dubbio. Ed è resa ancor più impellente affrontarla proprio per le condizioni in cui versa il Paese, per l’aggravarsi del suo stato economico e sociale, per la perdita di posti di lavoro e l’aumento impetuoso della disoccupazione, soprattutto giovanile, per la situazione stagnate e deflattiva che paralizza la ripresa, per la caduta verticale dei  fattori produttivi . E ci  siamo fermati soltanto agli elementi più evidenti della crisi. Ebbene, se c’è un punto sul quale  insistono gli imprenditori è proprio quello di recidere il nodo gordiano dell’art. 18, ormai arcaico e antistorico, di abbattere il muro che impedisce al titolare di un’impresa di assumere un lavoratore perché sa che poi deve accollarselo per tutta la vita, anche se le condizioni economiche dell’azienda non lo permettono. Mettetela come volete, ma questo impuntarsi sul mantenimento dell’art .18 segna  il discrimine tra chi cerca di aprire nuovi spazi ad una idea di lavoro moderna, flessibile, in linea con i cambiamenti che sono intervenuti nelle modalità stesse di fare impresa, nella organizzazione aziendale, nell’ammodernamento tecnologico , nell’apertura di ambiti  competitivi, grazie ad Internet, al Web, al mercato globale, da un lato, e la propensione a farne il baluardo estremo della tutela del lavoratore, dall’altro lato. Ed è qui il punto.

Renzi ha detto una cosa giusta nel definire l’art.18 un totem ideologico. Ma è esattamente  il motivo per il quale quel totem va rimosso, abbattuto. Perché non ha più senso mantenerlo in vita. Perché le tutele dei lavoratori vanno ridefinite e riorganizzate in un quadro assolutamente diverso; perché il mondo del lavoro, l’ambiente in cui si produce e si ricava un salario non sono più quelli di una volta. Perché basta sollevare lo sguardo oltre il recinto di casa per capire che negli altri Paesi europei sono stati adottati  strumenti diversi, altri mezzi per fare in modo che capitale e lavoro si riconciliassero in una visione partecipativa, superando vincoli e conflittualità. Certo, l’eliminazione dell’art.18, da sola non è sufficiente a risolvere tutti i problemi nei quali siamo immersi. Ci vuole, senza dubbio,  anche la riforma dello Statuto dei Lavoratori. L’ex ministro Sacconi predispose a suo tempo una bozza di riforma che ne cambiava la filosofia di fondo e definiva un assetto di principi  normativi idonei a regolare i lavori nella loro più varia e multiforme articolazione. Era l’idea di Marco Biagi. Ma dire, come fa Renzi, che la discussione sull’articolo 18 è sterile ed inutile, e che è meglio fare la riforma dello Statuto dei Lavoratori (come e con quali indirizzi non è dato sapere) significa rimuove il tema, sfuggire al problema. Come chiamarlo tale atteggiamento se non “benaltrismo”?