Reato di opinione: Storace rischia il carcere per aver contestato Napolitano. Ed è polemica

In questo strano Paese dove vigono con sfacciataggine i due pesi e le due misure e dove alcune norme ormai anacronistiche rischiano di abbattersi a intermittenza su alcuni sì e su altri no, non meraviglia che il prossimo 21 ottobre il presidente della Destra Francesco Storace potrebbe finire in carcere per un reato d’opinione ( articolo 278, vilipendio al Capo dello Stato). L’assurdo potrebbe andare in scena con la prossima udienza fissata per quella data: la mannaia di una condanna da 1 a 5 anni di carcere è dietro l’angolo a ben 7 anni dall’episodio e dopo che la questione sembrava archiviata a seguito di un incontro chiarificatore tra lui e il Capo dello Stato. Evidentemente per i giudici il caso non è chiuso. Lo sconcerto ci assale soprattutto dopo che in questi anni i toni, la forma e la sostanza di certe invettive grilline contro Napolitano hanno oltrepassato di gran lunga la soglia della tollerabilità. Ma soprattutto è imbarazzante che in un Stato di diritto esista il reato d’opinione ( per alcuni). La solidarietà a Storace non è mancata, dal centrodestra ma anche da alcuni esponenti del Pd.

Fa bene oggi Storace a richiamare l’attenzione sul caso paradossale che lo riguarda chiamando in causa il ministro della Giustizia: «“Non poteva non sapere”. Da ieri anche il ministro della giustizia del governo Renzi, Andrea Orlando, è informato formalmente del processo – rischio galera incluso – che mi attende il prossimo 21 ottobre», scrive Storace. « Chi mi segue conosce la vicenda. Andrea Orlando dovrebbe pure conoscerla anche se non mi segue, visto che Renzi lo ha messo a guardia del bidone della giustizia italiana. Ma siccome non ha pronunciato finora una sola parola e sta mettendo mano alla riforma del processo, dei codici e di tante altre cose annunciate, forse è il caso che si occupi della cancellazione di un reato che oggi dà l’idea di stare a presidiare la casta di Stato. Lesa maestà». Il leader della Destra ha scritto una lettera al ministro in cui ripercorre tutta la vicenda e lo sollecita a prendere un’iniziativa prima di gettare nell’imbarazzo il Colle. «Ho anche modificato la copertina della mia pagina facebook che raccoglie quasi sessantamila iscritti con la fotografia della pagina dell’agenda del 21 ottobre con l’appuntamento in tribunale: “Processo Napolitano. Poi galera». Già, perché ho anticipato al ministro quel che ho chiesto ai miei legali, Naso e Reboa. Mi batto per l’assoluzione, ma in caso di condanna non voglio benefici di legge né ricorrerò in appello. Se contestare Napolitano (riappacificazione a parte) è un reato da galera, si aprano tranquillamente le porte del carcere. E si scoprirà che cosa vuol dire l’indignazione delle persone perbene di questo paese che non ne possono più di una giustizia amministrata anche in questa incomprensibile maniera». Abrogare l’articolo 278 è il minimo che un ministro possa fare «se si vuole evitare di trascinare il Quirinale nel ridicolo e lo stesso presidente Napolitano nell’imbarazzo». Non manca poi molto ad ottobre. Si spera che si eviti l’ennesima contraddizione di una giustizia che persegue Storace per un aggettivo – “indegno”-  e lascia correre su scritti e sproloqui dei vari  Grillo e Travaglio. Se così, «il ministro ha il dovere di chiarire perché a processo devono restare solo alcuni e non tutti». Altrimenti le persone per bene non capirebbero ( e si arrabbierebbero).