Permessi sindacali: c’è poca ciccia, parola di Fassina. Pd e Cgil un corpo e un’anima

Nel grande spot Pd sul taglio dei permessi sindacali dimezzati, regia e attori in campo recitano a soggetto: così accade che dopo il «Facciano pure» di qualche giorno fa indirizzato dal protagonista Matteo Renzi ai comprimari sindacali, la Cgil abbia alzato la voce fuori campo minacciando autunni caldi di proteste e rivendicazioni. Ieri poi, con il copione in mano al ministro Marianna Madia, il tormentato sequel delle polemiche è entrato ancora più nel vivo dell’intreccio democrat tra politica e sindacato, grazie alla conferma da parte della titolare del dicastero di Corso Vittorio Emanuele II del taglio drastico inferto a distacchi e permessi. Non solo: sempre in controtendenza con quanto auspicato e predicato dai sindacati, dalla platea del Meeteng di Rimini di Cl un altro membro dell’esecutivo renziano ha annunciato un’ulteriore stoccata riformista, non proprio in linea con i dettami a cui si attengono le organizzazioni dei lavoratori: il superamento/abrogazione delle supplenze, in funzione di organici funzionali più che ossequiosi del diritto contrattuale.

La matassa sembra più intrecciata del dovuto: la sovranità sindacale si dichiara vittima di lesa maestà, mentre il target i di riferimento popolare (e populista) del partito democratico brancola nell’incertezza.

In realtà, a ben vedere, tutta la querelle istituzional-sindacalizzata è una questione di lana caprina, o meglio, un semplicissimo gioco demagogico delle parti: è noto a tutti, infatti, che il provvedimento Madia provocherà risparmi non così significativi, con buona pace delle associazioni sindacali che, avendo interpretato la propria parte, potranno puntare a risultati più ambiziosi al prossimo giro di tavolo di consultazione. Nel frattempo, l’affermazione riformista imposta a suon di proclami austeri e semi-rigeneranti tagli conferirà al Pd di Renzi nuova, concreta linfa alla propaganda di moralizzazione pubblica ed efficientismo governativo lanciata da Largo del Nazareno con l’arrivo del giovane premier, emancipandone finanche l’immagine di partito sodale del sindacato rosso.

Ma allora davvero si cambia verso? Sul serio basta la circolare del decreto sulla P.A. per rinverdire i fasti decisionisti dell’ex sindaco salito sullo scranno più alto del Bel Paese e in calo di consensi? All’amletico dubbio ha risposto dal centro della scena, e senza troppi giri di parole, il deputato Pd Stefano Fassina, che all’enfasi istituzionale del ministro Madia – che anche in queste ore ha ribadito come «dalla consultazione è arrivata la domanda dei cittadini di andare avanti e di intervenire su politica e sindacati» – dai microfoni di Radio Radicale ha replicato ai suoi colleghi di partito sostenendo che «il provvedimento prevalentemente per altri contenuti è certamente utile, mentre mi pare che si sia data un’enfasi spropositata alla parte sui permessi e sui distacchi sindacali che non hanno la rilevanza che viene attribuita», sottolineando come «qualcuno nel governo abbia cercato un posizionamento ideologico più che una misura effettiva, nonostante vi fosse l’esigenza di razionalizzare una partita, quella dei permessi e dei distacchi sindacali, che si era molto complicata nel corso degli anni». Tutto cambi, insomma, perché nulla cambi…