Italia col fiato sospeso aspettando i dati sul Pil. E Renzi rallenta il passo: non più sprinter, sarò maratoneta

Nell’estate del 2011 fu lo spread  a tenere il governo con il fiato sospeso. Tra analisi più o meno esatte e forzature inverosimili orchestrate dai grandi circuiti mediatici, il governo Berlusconi fu messo alle strette. La storia è nota. L’Italia fu descritta come un Paese al collasso, praticamente sull’orlo del default. Poi arrivò la famosa lettera della Bce a doppia firma: Jean-Claude Trichet, presidente della Banca europea, e Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Di lì a non molto, il secondo prese il posto del primo.

Sono trascorsi tre anni da quegli avvenimenti sui quali, a nostro modesto parere, si deve ancora fare piena luce. Comunque, se un domani gli storici dovessero individuare una data da cui far decorrere il commissariamento   dell’Italia, il suo diventare, come lo stesso Draghi ha dovuto riconoscere, un Paese che viaggia “con il pilota automatico”, dovranno indagare su quelle giornate convulse. Ora però che il termometro, almeno sul versante dello spread, sembra aver rallentato il suo febbrile altalenare, arriva un altro incubo a rendere inquiete le giornate del governo e incandescente il clima politico generale.  Con la differenza rispetto al 2011 che, questa volta, i dati non sono suscettibili di interpretazioni perché riguardano l’andamento della economia reale. Fotografano , in sostanza, lo stato del nostro Paese misurando il livello del Pil , l’andamento della produzione industriale nel secondo trimestre dell’anno. L’Istat li fornirà domani. Stando alle ultime indagini , puntualmente richiamate sul nostro giornale nelle settimane scorse, saranno dati tutt’altro che confortanti.

Insomma, i conti non tornano. Se ne sono accorti a Bruxelles , e non poteva essere diversamente. Ma se ne è accorto chiunque non si lasci confondere le idee dalla dilagante moda di un renzismo tanto ciarliero quanto inconcludente. Esageriamo ? Può darsi. Sta di fatto, però, che anche l’enfatizzazione della riforma del Senato, ammesso e non concesso che si possa parlare di una riforma fatta bene al mille per mille , sembra un tentativo , in verità puerile, di nascondere agli italiani la gravità di una crisi vorticosa e inarrestabile dalla quale la “ricetta” di Renzi non ci fa venir fuori. Di figuracce il governo ne sta collezionando parecchie. C’è stato il caso Cottarelli, ossia di un regista dei “tagli” alla spesa pubblica, che fatica a concludere il suo mandato. Per non parlare della clamorosa retromarcia sulle  pensioni, con l’ennesima presa in giro nei confronti di 4000 insegnanti, penalizzati da un errore tecnico commesso a suo tempo dalla Fornero.

Dietro tutto questo c’è, appunto, una economia che langue, un settore produttivo che registra ogni giorno chiusure di opifici, trasferimenti di aziende all’estero, perdita di marchi di prestigio, disoccupazione in salita, commercio ridotto allo stremo. E’ una Italia che appare sempre più insicura, con la fiducia sotto i piedi, oppressa da un tassazione assurda, in declino. Il guaio è che se pure l’Istat dovesse fornire qualche dato in leggera controtendenza, dello zerovirgola per intenderci, la situazione non cambierebbe. Servirebbe  a poco o nulla. Ci sono miliardi di euro da recuperare nella legge di stabilità. Quindici, venti, forse anche di più. Incertezza e confusione regnano sovrane nelle stanze di Palazzo Chigi. Parlando con i giornalisti in Galleria Alberto Sordi, a pochi passi da quel palazzo, Renzi ha detto :”C’è ancora molto da fare. La ripresa arriverà in ritardo, come l’estate. Avrò il passo del maratoneta, non quello dello sprinter”. Ma come? Il suo mantra è sempre stato quello della velocità. Sulla velocità ha impostato e vinto le europee; sulla velocità ha costruito l’immagine di efficienza governativa; sul “cambiare presto e subito”, ha fatto saltare governi amici e infilzato l’apparato senile del suo stesso partito, ed ora se ne viene con una battuta alla Sordi. Almeno, il grande comico  che impersonò la figura allegorica dell’americano a Roma fece ridere milioni di italiani. Ma ora per gli italiani è diventato persino difficile sorridere.