Iraq, le vittorie ingrossano le file dei terroristi dell’Isis. Ora sarebbero in centomila

I reclutamenti nelle file dello Stato islamico sono in crescita e il numero di combattenti potrebbe essere arrivato a quasi 100.000. Lo afferma Hisham al Hashimi, considerato tra i massimi esperti mondiali dell’estremismo iracheno, citato dai media arabi. «La crescita è dovuta alle vittorie sul campo. Alcuni vengono costretti ad arruolarsi con la forza, altri lo fanno volontariamente», sottolinea l’esperto, che alcuni mesi fa aveva stimato i combattenti dell’Isis fossero 20.000-50.000.

«L’Iraq non ha bisogno di un intervento armato da parte straniera: abbiamo uomini a sufficienza per difenderci, ma ci servono armi, mezzi e scambio di informazioni con i servizi di intelligence. Il nostro obiettivo è liberarci della ferocia dei jihadisti dello Stato islamico (Isis) che hanno invaso il nostro Paese. L’Iraq è ormai diventato la pattumiera del mondo». Parla senza troppi giri di parole l’ambasciatore iracheno in Italia, Saywan Barzani, che un’intervista all’Ansa torna a chiedere il sostegno della comunità internazionale. Benedice i raid statunitensi «che devono estendersi anche alla Siria senza indugi, perché i nazisti dell’Isis sono prevalentemente lì» e ringrazia l’Italia l’invio di armi ai peshmerga curdi. «Un gesto che conta», commenta il diplomatico, malgrado alcuni abbiano ironizzato sulle armi vecchie recapitate da Roma. «L’Italia si è mossa con molta rapidità, subito dopo i francesi, sia come governo che in qualità di presidente di turno dell’Unione europea». Un’azione importante, afferma il diplomatico di origini curde. Eppure per alcuni armare i peshmerga potrebbe rivelarsi un passo falso: mettendo a rischioso l’unità del Paese. «Non è così –  replica Barzani -. I curdi hanno accettato la Costituzione irachena scegliendo volontariamente di entrare a fare parte della Federazione irachena. Il futuro del nostro Paese non è quello di dividersi in tre». Per Barzani gli jihadisti sono finanziati da alcuni Stati della regione e in particolare da alcuni uomini d’affari del Golfo e ideologicamente formati nelle madrasse e nelle scuole dei Paesi arabi. Per questo, dunque, non c’è da stupirsi del “silenzio assordante” dei Paesi arabi. I miliziani dell’Isis, veri e propri selvaggi, li definisce Barzani, provengono da tutto il mondo ormai. Anche dall’Europa che «li alleva o che li ha armati per combattere in Siria, contro Assad». Oggi ce li ritroviamo da noi, accusa. Il genocidio in atto contro le minoranze in Iraq, avverte, può estendersi a tutto il Medio Oriente: Yazidi, sciiti, turcomanni, curdi, zoroastriani e le tante altre minoranze che vivono in Iraq e nei Paesi vicini non hanno nessun’altra possibilità se non quella di convertirsi o morire. «In tutto circa 200 milioni di persone possono perdere la vita». «Se volete aiutare i cristiani iracheni, ricostruite i loro villaggi, trovate loro un lavoro, ma non sradicateli da un Paese multietnico e multiconfessionale». Intanto l’esercito iracheno, appoggiato da milizie di volontari sciiti, ha lanciato un’offensiva per cercare di rompere l’assedio posto da due mesi dai miliziani sunniti dello Stato islamico (Isis) intorno alla città di Amirli, dove vivono 12.000 turcomanni sciiti. Secondo fonti della sicurezza, 34 jihadisti sono stati uccisi in raid degli elicotteri iracheni che hanno colpito le loro postazioni nei villaggi di Hafriya e Hassan. La popolazione dei turcomanni sciiti è tra quelle perseguitate dai fondamentalisti dell’Isis, insieme ad altre minoranze tra cui gli yazidi e i cristiani. Intanto le forze irachene hanno lanciato un’offensiva anche nella regione di Tikrit, 90 chilometri a ovest di Amirli, per cercare di riprendere il controllo della strada che porta dalla città a Baiji, una quarantina di chilometri a nord, dove si trova uno dei più importanti complessi di raffinerie del Paese. Inoltre aerei Usa hanno bombardato un’area a nord di Mosul, in Iraq, colpendo postazioni dello Stato islamico. Lo riferiscono fonti curde all’agenzia Nina.