Il Pd a caccia di fuoriusciti per fare l’ammucchiata con Sel e montiani: “La vostra casa è qui”

Apertura , apertura . Il dibattito interno al Partito democratico sembra ormai orientato  intorno a questa parola chiave: apertura. A rilanciarla, in perfetta simbiosi con il leader  Renzi, è ora un altro  Matteo: quel Matteo Orfini, da qualche mese presidente dell’assemblea nazionale del Pd. Alla guida dei cosiddetti “giovani turchi”, Matteo Orfini dalle colonne della Stampa lancia un appello ai fuoriusciti di Sel e del centro di Mario Monti. Lo fa senza remore, con il piglio di chi lascia intendere di saperla lunga sul futuro della sinistra italiana e , in particolare, del Partito democratico.  In verità, dopo gli affilati duelli parlamentari con quella parte della sinistra radicale  guidata da Vendola, che proprio non digerisce l’ “ingerenza ” di Berlusconi nell’opera riformatrice e che ha l’orticaria al solo pensiero di un governo che si regge grazie alla truppa di Alfano, dopo gli scontri in aula e aver perso per strada ,nell’esito finale, un buon gruzzolo di voti senatoriali, la compagine renziana avverte il peso di una debolezza inedita e forse, finora, mai sufficientemente considerata. Ecco allora spuntare il mantra dell’apertura, del “siamo pronti ad accogliervi”, del venite con noi adesso e subito per “radicare ancor più il partito” e trasformare in oro colato le pepite di un rotondo 41 per cento raccolto nelle elezioni europee.  E siccome nella cernita dei nuovi ingressi e delle forze da calamitare non è facile trovare un terreno comune di intesa che abbia il profilo di un pensiero condiviso , l’ambizione di una cultura almeno a tratti omogenea, ecco spuntare  il nuovo discrimine della politica, la rutilante ideologia del New Age  impersonato dalla figura dirompente dell’ex sindaco di Firenze. Si tratta, manco a dirlo, della linea che separa  “chi difende i privilegi acquisiti e tutti gli altri che ne sono tagliati fuori”. E giù la solita litania dello scardinamento delle rendite di posizione. Cosa che, detta così, non fa una piega.Come se fosse sufficiente enunciare un principio, per quanto giusto e penetrante esso appaia  alla coscienza collettiva, perché si determini il cambiamento, perché si ristabiliscano equilibri, armonia, perequazioni in un sistema complesso qual è il nostro. In più , senza una pallida idea di come , una volta destrutturato, si possa ricomporre il quadro degli interessi legittimi, degli indispensabili meccanismi e ingranaggi di cui la nuova macchina amministrativa, giuridica, lavoristica, sociale, istituzionale dovrà pur dotarsi se non vogliamo che tutto precipiti in un confuso magma ingovernabile e ingestibile. Un Pd che cerchi di allargare i suoi confini sta nelle cose. Fa parte di quella naturale propensione fagocitante che appartiene alla natura   delle forse politiche. Quel che manca perché l’opera di assemblaggio parlamentare auspicato dal duo Renzi-Orfini superi i limiti di un esasperato tatticismo, però, è ben altro. È la mancanza di una visione di insieme,  una  evidente carenza di idee, lo spessore alto di un progetto culturale, economico, sociale che ridia fiato al Paese e restituisca dignità alla Politica. Su questo terreno il gap appare davvero incolmabile.