Il Papa “apre” a Pechino. Ma la Cina comunista continua a serrare i ranghi

Dopo il viaggio in Corea del Sud. In contemporanea con il genocidio di cristiani che si sta perpetrando in Iraq in queste settimane di sangue. E nell’ottica di un avvicinamento tra Pechino e il Vaticano, Papa Francesco continua nella politica di apertura ecumenica ai regimi comunisti. Colpisce positivamente, allora, che questo avvenga nei confronti dei Paesi dove è più pesante e la repressione del credo cattolico. Così, dopo la dimostrazione di dialogo e apertura offerta con il viaggio in Corea del Sud, accompagnato da una serie di gesti di amicizia nei confronti del Celeste Impero, oggi arriva la conferma da parte del Pontefice, che si è dichiarato disposto ad andare in Cina «anche domani». «Il Papa non ha detto tantissime cose sulla Cina – ha spiegato a riguardo Gianni Criveller, professore al Collegio del Santo Spirito di Teologia e Filosofia a Hong Kong – sa che deve essere prudente, ma quello che mi ha maggiormente colpito è che ha detto che la Chiesa in Cina chiede soltanto la libertà di fare il proprio lavoro», ha aggiunto Criveller, indicando proprio uno dei principali ostacoli attuali alla ripresa di piene relazioni fra le due parti. Pechino infatti non solo non ha relazioni diplomatiche con il Vaticano, ma per quanto riconosca la religione cattolica (tra le cinque religioni accettate, insieme a buddhismo, islam, cristianesimo e taoismo), questa può operare solo all’interno della «Chiesa patriottica», supervisionata dall’Amministrazione statale per gli Affari Religiosi, a sua volta sottomessa al Partito Comunista Cinese. E allora, ha sostenuto lo studioso, «dire sono disposto a venire anche domattina significa semplicemente offrire una dimostrazione di buona volontà: vuol dire che il problema è dall’altra parte, vuol dire implicitamente caricare la responsabilità sull’interlocutore».

La palla, dunque, sarebbe stata gettata nel campo cinese, eppure, poco dopo il ritorno del Pontefice a Roma, da parte cinese sono arrivati commenti poco calorosi: Liu Yuanlong, vice-presidente dell’Associazione Cattolica Patriottica ha infatti dichiarato, in un’intervista al Global Times di Shanghai, che «la Cina salvaguarderà sempre la sua sovranità e integrità territoriale, e non consentirà a nessuna forza straniera di interferire con la religione». Negli ultimi tempi, inoltre, la pressione nei confronti dei fedeli è andata crescendo: a Wenzhou, città costiera con una forte presenza di cristiani, si sta assistendo a un progressivo smantellamento di croci e di chiese da parte delle autorità, malgrado i devoti siano da mesi impegnati a difenderle. In ugual modo, è cresciuta anche la pressione nei confronti della chiesa cattolica di Shanghai, dopo la morte agli arresti domiciliari del Vescovo Giuseppe Fan Zhongliang, nominato da Papa Giovanni Paolo II. E del resto, come ha rilevato Criveller in questa sua disamina, «la situazione dei fedeli in Cina in questo momento non è certo positiva. E bisogna considerare che, per quanto sia vero che il Papa abbia ricevuto il permesso per sorvolare i cieli cinesi con l’aereo, il fatto non ha ricevuto nessuna pubblicità in Cina: il pubblico cinese non ne è stato informato. Nel 1995 la Cina aveva mandato una delegazione ufficiale di giovani appartenenti alla Chiesa cinese alla giornata della gioventù a Manila, in Corea invece si è fatto di tutto e di più per impedire ai cattolici cinesi di assistere alla visita del Papa». Come a dire – con le parole utilizzate in conclusione da Criveller – che «non c’è troppo da essere ottimisti»…