Il mito del fanciullino resiste e trionfa: il caso del romanzo vincitore del Pulitzer

Il mito dell’eterno fanciullo resiste e non tramonta. Anzi, trova nella narrativa che scala le classifiche  e nelle pellicole più seguite sempre nuova linfa con cui alimentarsi. In pratica, la “poetica del fanciullino” di pascoliana memoria non è un’anticaglia da liceali ma una struttura dell’immaginario che continua a dare frutti. Un archetipo che James Hillman ha contrapposto a quello del “senex” spiegandoci che non ce ne possiamo liberare tanto facilmente e offrendo nuovi spunti alla riflessione antirazionalista del secolo scorso.

Della resistenza di questo mito si occupava oggi il Corriere dedicando una pagina al successo del romanzo vincitore del Pulitzer Il cardellino (Rizzoli) di Donna Tartt (da cui sarà tratto un film): è il trionfo del richiamo alla “bambinezza” che illumina di una particolare bellezza ogni cosa. Un atteggiamento molto diverso dal puerilismo dell’età moderna stigmatizzato da uno storico conservatore come Jan Huizinga: il fanciullino che è in noi ci induce infatti a contemplare con meraviglia e con speranza anche le cose minute e meno importanti, invece la tendenza al puerilismo significa baloccarsi con tutto, persino con le cose serie.

Il cardellino racconta la storia di Theo Decker, adolescente di New York la cui vita viene cambiata radicalmente da un attentato al Metropolitan Museum, che causa la morte della madre, il suo unico genitore. Rimasto senza nessun affetto e senza nessuno che si prenda cura di lui, appena tredicenne, Theo ha una sola consolazione: un piccolo quadro del Seicento chiamato ‘Il cardellino’ (del pittore olandese Carel Fabritius), che il ragazzo ha trafugato il giorno dell’esplosione al museo.

Inizia così una storia che si inserisce al confine tra romanzo di formazione e crime novel attraverso gli Stati Uniti e le età del protagonista, condannato alla solitudine e chiamato alla redenzione dall’arte.