Il Medio Oriente brucia e l’Europa è in vacanza. Renzi se n’è accorto?

È la latitanza dell’Europa, ancora una volta, una delle note dolenti dell’attuale crisi mediorientale. Sia per il dramma di Gaza, sia per la tragedia dell’Iraq e della Siria. È come se il Vecchio Continente, abituato a delegare agli Stati Uniti ogni efficace iniziativa di offesa-difesa, si fosse preso una lunga vacanza preferendo ignorare le questioni internazionali più critiche, su cui solo l’Onu e la Casa Bianca hanno diritto di parola. Una vacanza durante la quale l’Europa ha dimenticato di prendere atto che il mondo è ormai multipolare. E proprio di vacanza ha parlato un irritato ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, chiedendosi come mai non sia stata ancora fissata la data della riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue a fronte della crisi in Iraq. Dice Fabius: “Ho chiesto con la ministra italiana Mogherini che venga convocata d’urgenza” una riunione dei ministri degli Esteri Ue sull’Iraq “e mi aspetto che l’urgenza venga rispettata. So bene che in Occidente è periodo di vacanze, ma quando la gente muore, anzi crepa, bisogna tornare dalle ferie”. Parole condivisibili, ma val la pena sottolineare anche che l’iniziativa congiunta Mogherini-Fabius appare troppo debole rispetto al maggior interventismo che la presidenza italiana del semestre Ue richiederebbe. Matteo Renzi, così loquace e pronto nel vantarsi di avere portato a casa la riforma del Senato dei Cento (“neanche un dittatore sarebbe stato così veloce”, è stata l’infelice espressione usata in un’intervista al Financial Times) avrebbe dovuto sentire il dovere di dire una parola più incisiva sul terrore che l’Isis sta seminando in medio Oriente, e questo sia perché era suo dovere farlo sia per cercare di restituire autorevolezza alla nostra politica estera, ormai costituita da inutili telefonate (quella ad Obama dello stesso Renzi, quello all’indiano Modi per il caso dei Marò). Uno spettacolo poco edificante, più che altro mortificante. L’Italia sia da pungolo per l’Europa non solo preoccupandosi del rapporto deficit/pil ma anche dell’Ucraina, della Libia, dei cristiani massacrati in Iraq e in Siria.  Ne guadagneremmo in credibilità e tutti sappiamo quanto ce ne sia bisogno.