Il ddl sulle riforme passa in Senato, ma i sì sono pochi, solo 183: i dissidenti del Pd non hanno votato

L’Aula del Senato ha approvato il disegno di legge di riforma della Costituzione. Baci, abbracci ed esultanza tra i banchi della maggioranza. Ma il ddl è passato solo con 183 voti a favore, nessun contrario e quattro astenuti, tra cui il correlatore Calderoli. Il “buco” nella maggioranza è evidente. I 16 dissidenti del Pd non hanno partecipato al voto. Né fanno prevedere una navigazione tranquilla per la riforma (nei successivi passaggi alla Camera e di nuovo al Senato) le dichiarazioni di Vannino Chiti, capofila dei dissidenti dem: «La mia non partecipazione al voto vuole anche essere una sollecitazione alla Camera dei deputati, perché  si impegni a modificare le contraddizioni presenti nel testo». Diciannove sono inoltre i parlamentari di Forza Italia che, secondo i tabulati, non hanno votato, cui si aggiungono 8 esponenti dell’Ncd e 2 del Gruppo per l’Italia. Le opposizioni di Sel, della Lega e dei grillini hanno dal canto loro abbandonato l’aula al momento del voto, con i pentastellati che hanno enfatizzato il loro dissenso uscendo in fila indiana.
Matteo Renzi tira un sospiro di sollievo, ma il suo appare un trionfalismo di maniera. Ecco il suo tweet, scritto a caldo: «Ci vorrà tempo, sarà difficile, ci saranno intoppi. Ma nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi #italiariparte #lavoltabuona». Acido è però il commento che gli arriva dalla Lega: «183 sì sono pochissimi, questo vuol dire che in autunno saranno in balia del Nuovo Centrodestra». Lo afferma il capogruppo della Lega Gian Marco Centinaio uscendo dall’aula del Senato e riprendendo un passaggio dell’intervento di Roberto Calderoli in aula. La maggioranza che sostiene le riforme – era il senso delle parole del correlatore al ddl – è destinata a non essere la stessa una volta che la riforma della legge elettorale approderà a Palazzo Madama. Più che una promessa, sembra una minaccia.