Femministe addio. Bastano un po’ di post sui social per mandare in crisi le suffragette?

Ma davvero saranno i selfie delle ragazzine americane a sbaragliare gli ultimi residui dell’ideologia femminista? Saranno i loro post della serie “salviamo i maschietti” e vogliamo essere belle-e-ammirate-e- artefici-del-nostro-destino a seppellire le barricate sorte sulle ceneri dei roghi di reggiseni? Proprio là dove tutto è cominciato con la pubblicazione, nel 1963, del saggio di Betty Friedan La mistica della femminilità che rivelava le frustrazioni delle casalinghe? Potrebbe essere solo un dibattito estivo ma potrebbe anche essere diverso: potrebbe esserci cioè alla base di tutto questo gran parlare di #womenagainstfeminism (l’ondata di cartelli sul web per dire basta con il femminismo) l’accettazione di un fenomeno di segno contrario a quello rivendicazionista e progressista delle “suffragette”.

Sui giornali e sui blog fioriscono le opinioni. Molte non si danno per vinte e giudicano ancora attualissime le battaglie femministe e sui diritti delle donne, altre sono più problematiche e mettono il dito nella piaga. Oltre ogni retorica autocelebrativa Lucetta Scaraffia su Repubblica avverte  le intellettuali e le ex militanti che difendono a spada tratta il femminismo: “Nessuna femminista sembra cogliere la portata di ciò che sta succedendo”. L’errore originario fu quello di “legare troppo la libertà delle donne al rifiuto della maternità”. E oggi che le tecnoscienze invadono il terreno in cui regnava sovrana la madre, cioè la potenza femminile, le femministe o tacciono o non comprendono. Un giusto richiamo alla responsabilità dell’autocritica. Anche perché, senza il confronto su questi temi, sarà difficile ricucire “il destino di un’identità femminile”.

Difficile anche di più in un paese come il nostro dove le donne in politica si attardano su battaglie di retroguardia: il ritorno del ministero delle Pari opportunità, il lessico maschilista da bandire (si dice direttora e non direttore e cose di questo genere…), le prostitute da considerare sex workers, le pubblicità dove le donne servono a tavola. Come stupirsi se poi le più giovani postano concentrati di indifferenza e derisione sui social network?