Eterologa, in Cdm il decreto che salva l’Italia dal rischio eugenetica

Arriva in Consiglio dei ministri il decreto legge sulla eterologa. Il testo è stato fortemente criticato sia come metodo sia nel merito. In particolare, le società scientifiche che si occupano della fecondazione con donatore sostengono che non ve ne sia bisogno, appoggiate da un buon numero di senatori del Pd secondo i quali «non è necessario un nuovo atto normativo per dare corso alla sentenza della Corte Costituzionale». Di contro, un ampio fronte di giuristi, il Comitato di bioetica, diversi medici genetisti e alcuni politici hanno avvertito sui rischi normativi, medici ed etici dell’uso per l’eterologa di una legge che è stata pensata per l’omologa. Si rischierebbe la giungla e lo stesso ministro per la Salute Beatrice Lorenzin ha spiegato che «un decreto garantisce tre cose: l’applicazione uniforme sul territorio, un sistema di controllo sicuro e un sistema di certificazione sanitaria per la tracciabilità del donatore nell’anonimato». Per questo, ha aggiunto, «non capisco chi non vuole il decreto».

Ma anche su un altro punto controverso la titolare della Salute ha dimostrato di voler tenere la barra dritta: la possibilità per i genitori di scegliere le caratteristiche fisiche del figlio. «Assolutamente no, non ci sarà. Se vuole farlo, lo introduca il Parlamento», ha risposto il ministro a chi  le ha chiesto se il decreto prevederà la compatibilità del colore della pelle, degli occhi e dei capelli con la coppia che riceve la donazione di gameti. Si tratta dell’altro tema su cui le società che si occupano di procreazione medicalmente assistita avevano puntato i piedi, sostenendo che «faciliterà l’accettazione del nascituro da parte dei genitori e del contesto sociale in cui crescerà e vivrà». La Lorenzin ha chiarito il suo no alla possibilità di scegliere i colori del nascituro dicendo che «questa, a casa mia, si chiama discriminazione razziale». È un argomento anche questo. Ma c’è un altro argomento, a monte, che appare ancora più forte e che merita di essere ricordato, tanto più in questi giorni in cui è esploso a livello mondiale il caso del piccolo Gammy, il bimbo down nato da una madre surrogata thailandese e rifiutato dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”.

Non c’è differenza sostanziale tra il dire che non si vuole più un bimbo perché è malato e il dire che se ne vuole uno con gli occhi azzurri. Entrambi gli atteggiamenti rimandano a quell’idea del figlio come prodotto che è il primo rischio dell’eterologa. Quell’idea che viene comunemente chiamata «mercificazione della vita». «Se si ammette che esista un diritto al figlio, di recente introdotto anche in Italia, non possiamo poi stupirci se i genitori che hanno “ordinato” un figlio lo rifiutino se alla nascita non è sano e perfetto. Infatti, se il figlio diventa un prodotto da acquistare, è ovvio che, come ogni acquisto, deve essere di gradimento della coppia compratrice», ha scritto su l’Osservatore romano Lucetta Scarrafia, sottolineando che «è un po’ strano che sui giornali e nel web tutti – anche i sostenitori dell’utero in affitto e dell’inseminazione eterologa – si dichiarino indignati» per la storia di Gammy, perché «se si accetta la logica del figlio come prodotto, questa è l’ovvia conseguenza».