Discount Italia: Renzi svende Enel ed Eni e assiste in silenzio al “ko” internazionale di Telecom

C’è un solo modo per non tradire le promesse future agli italiani sugli 80 euro, mantenere quelle di non sforare i parametri del 3% con la Ue e provare a mettere qualcosina da parte per ridurre il debito pubblico: vendere i gioielli di famiglia. Un’idea talmente geniale che era venuta a tutti i governi dal dopoguerra in poi, mai praticata fino in fondo per comprensibili obiettivi di politica industriale e necessità di salvaguardia degli asset strategici nazionali.

Con Renzi, invece, si passerà dalle parole ai fatti e da qui al prossimo autunno andranno sul mercato consistenti pezzi di azionariato pubblico di Enel ed Eni, peraltro nella fase meno favorevole al collocamento di titoli di partecipate statali sul mercato (vedi il mezzo flop di Fincantieri). L’obiettivo di Renzi e Padoan è quello di creare un tesoretto da 5 miliardi di euro che tenga in vita il governo almeno fino alla primavera e gli consenta di sopravvivere col sondino delle svendite pubbliche fino a quando – se e quando – tornerà il segno positivo alla voce Pil. È evidente che la situazione economica dell’Italia è drammatica quasi quanto quella dell’estate 2011, se non fosse per lo spread tenuto a bada dalla Bce di Draghi. Così come appare evidente ai più autorevoli “stakeholders” dell’economia nazionale come la ricetta semplicistica del premier sempliciotto, dagli 80 euro agli annunci di insulse e minuscole ri-formiche, si stia rivelando ingenua e inconsistente. Tanto più che in una situazione di stagnazione così strutturale, il carburante immesso nel motore dello Stato dai proventi delle privatizzazioni (che, come insegnano gli economisti, andrebbero destinati a investimenti e non ad abbattimento del debito) difficilmente darà impulso a un Paese che di pezzi strategici, pubblici e privati, ne ha persi tantissimi negli ultimi anni, senza controbilanciare la colonizzazione subìta con altrettante conquiste all’estero. Dell’Enel il ministero dell’Economia ha il 31,2% e si prepara a scendere al 26%, dell’Eni lo Stato ha il 3,9% e la Cassa depositi e prestiti (del Tesoro all’80%) controlla un altro 26,3%: anche qui si parla di una discesa del 4-5%. Poca roba? No, tanta, tantissima.

Ne varrà la pena? È giusto farla adesso? E perché Poste no? Domande che resteranno senza risposta, così come quelle che si sarà fatto Renzi quando oggi avrà saputo della clamorosa sconfitta di Telecom nel derby spagnolo con Telefonica per la fusione con Gvt, la controllata brasiliana della francese Vivendi: uno squillo all’amico Hollande potevo farlo? E a Bollorè, presidente di Vivendi ma soprattutto da anni gran cerimoniere delle finanza italiana grazie al salotto di Mediobanca, un messaggino glielo potevo far arrivare?

Il gruppo transalpino, a dispetto degli ottimi rapporti con l’Italia e dell’annunciata intenzione di seguire quella pista lì, alla fine ha scelto la spagnola Telefonica perché ritiene il prezzo proposto “particolarmente interessante” (si viaggia sui 7 miliardi). In ballo c’è il mercato brasiliano, un asset strategico per Telecom, settima società con base italiana (ma già colonizzata proprio da Telefonica solo un anno fa…) e nelle prime 500 del mondo. Qui si parla di privati, ovviamente, quindi Renzi e Padoan non c’entrano nulla. O forse no?