D’Alema si dedica all’enogastronomia. Se rottamazione dev’essere che sia “con gusto”

Se non siamo alla coltivazione delle rose, destino che toccò al senatore dissidente di Rifondazione comunista Franco Turigliatto, ci andiamo vicino. E’ della sorte di Massimo D’Alema che intendiamo parlare, della sua partecipazione alla fiera di Otricoli in Umbria con il vino prodotto nella sua tenuta (le vigne che possiede vicino Narni producono 45mila bottiglie l’anno). Una scelta più avveduta di quella di Turigliatto (caduto in disgrazia, poi, proprio perché avversava la politica estera di D’Alema), un ritiro soft nell’imprenditoria di nicchia ma di qualità in un settore, quello enogastronomico, che resta un vanto della nazione in crisi. Dunque D’Alema, gran tessitore (un tempo) delle sorti della sinistra italiana, ora si diletta a partecipare alle sagre. Si è messo lui stesso dietro al banchetto seguendo la vendita delle bottiglie in prima persona, conversando con gli avventori. “Ho venduto – dice al Corriere – 74 bottiglie di spumante e 82 di rosso. Il nostro stand è stato tra i più visitati”. Non solo produttore, ma anche venditore dunque, magari per recuperare quel contatto con la gente che era ormai evaporato dopo tanti anni di vita di “palazzo”. E lui, a chi glielo fa notare, ricorda la sua partecipazione da semplice attivista alle feste dell’Unità: “Ho fatto esperienza agli stand, da ragazzo ho anche cucinato”.  E se lo permette, questo vezzo militante, proprio mentre l’era Renzi segna la chiusura (temporanea) dell’Unità e l’illanguidirsi dell’appeal delle feste di partito. La passione per il vino prende il posto della passione politica? Perché no, potrebbe essere. anche perché, se rottamazione dev’essere – si sarà detto l’ex premier – che almeno sia “con gusto”.