Addio a Golan, produttore di Chuck Norris e Stallone: così i suoi film divennero “cult”

«Io mi batto per una vita migliore e i film sono più di una vita, offrono alla gente la possibilità di vivere tante esistenze diverse». Menahem Golan, morto giovedì scorso a Giaffa a 85 anni, è stato più di un produttore per il mondo del cinema. Gli appassionati del genere d’azione e delle varie saghe belliche gli devono alcuni dei film più celebri. Forte della sua esperienza militare, Golan era stato pilota dell’aviazione di Israele, aveva fatto fortuna proprio con i film di “genere”. Prima allievo dell’Old Vic School di Londra e poi assistente di Roger Corman, Golan è stato uno dei produttori di maggior successo dell’ industria cinematografica mondiale degli anni ottanta e novanta. Sua la firma, con il socio e cugino Yourum Globus, dietro alcuni dei grandi successi di Sylvester Stallone, “Over the top” e “Cobra”. Proprio quest’ultima pellicola gli fece guadagnare l’ira della critica radical-chic per la violenza gratuita delle scene e del suo protagonista. Sly, occhiali a specchio, era il detective Cobretti.  Davanti al criminale che si nascondeva dietro l’alibi della pazzia, rispondeva con una delle frasi più celebri del cinema: «Tu sei la malattia, io sono la cura». Per poi freddarlo senza esitazione, in perfetta esaltazione del “politicamente scorretto”. Il modello delle storie di Golan erano spesso presa dalla cronaca. L’avventura, la saga epica o semplicemente la contrapposizione semplice tra bene e male senza sfumature o giustificazioni. L’eroe sceglieva la strada più semplice quella della vendetta: occhio per occhio. Da qui la saga del “Giustiziere della notte” con Charles Bronson. Dal secondo al quinto sono tutti firmati appunto dalla Cannon, la sua casa di produzione rilevata sull’orlo del fallimento e fatta diventare una macchina per fare soldi. Del resto Golan andava dove c’era il business, forte di una gavetta e di una competenza come pochi: diventato leader in Israele con la sua Noah film negli anni Sessanta, sapeva alternare opere per appagare i cinefili ai film di cassetta. Nella sua libreria c’era anche la statuetta di un Oscar come miglior film straniero nel 1964, “Saliah”. Tra le sue produzioni, anche quelle di registi come Konchalovski e Cassavetes o con interpreti come Katharine Hepburn e Shelley Winters. Abile anche come talent scout, è stato lui ad aver lanciato attori come Sharon Stone, Al Pacino, Jean Claude Van Damme, altro eroe degli action movie. Era però il numero uno nella capacità di portare i fatti di cronaca dagli aspetti più spettacolari: nel 1977 riuscì a fare un film, “Operazione Thunderbolt”, subito dopo il celebre colpo degli incursori israeliani a Entebbe per liberare gli ebrei tenuti in ostaggio da terroristi arabi nell’aeroporto della capitale ugandese. E nel 1986 il suo “The Delta Force” con un Chuck Norris più scatenato che mai, era chiaramente ispirato al dirottamento di un aereo di linea della Twa nel 1985. Nella formula di un successo che lo ha portato a primeggiare c’era anche il senso di un artigiano che amava il cinema, ma soprattutto il botteghino, come spiegò al Lido nell’estate del 1984 ai giornalisti italiani. «Il Festival di Venezia fa politica, l’America fa cinema: ecco perché i grandi film di Hollywood non vengono qui». Trent’anni dopo è cambiato qualcosa?