Addio a Federico Orlando: da Montanelli a Prodi. Rigore ideologico e abbagli politici di un giornalista liberale

È morto nella serata di venerdì, all’età di 85 anni, il giornalista Federico Orlando, storica e autorevole figura della carta stampata italiana, ma personaggio complesso e discusso per le scelte politiche da lui operate a seguito  al crollo della Prima repubblica e alla nascita del centrodestra. Orlando era un liberale vecchio stampo  (negli anni ’60 fu anche dirigente del Pli) e come tale impegnato, come il suo amico Indro Montanelli, a fronteggiare l’egemonismo politico e culturale della sinistra sulla stampa italiana degli anni Settanta. Non a caso, Orlando fu con Montanelli a Il Giornale Nuovo  (poi Il Giornale),  fondato dal vecchio Indro al fine di offrire un voce libera nel clima plumbeo e conformista di quel periodo, quando il Corriere della Sera, storica voce della borghesia moderata, sbandava pericolosamente a sinistra su ispirazione del salotto radical chic dell’editrice Giulia Maria Crespi e del “nuovo corso” del direttore Piero Ottone.

La penna acuminata di Orlando, insieme a quella di personaggi come Bettiza, Cervi, Granzotto,  metteva alla berlina i tic e le castornerie ideologiche che dilagavano in quegli anni nel nostro Paese. Il suo era un giornalismo delle idee, volto a promuovere i princìpi del libero mercato e della libertà individuale nell’Italia delle ampie sacche di socialismo reale. Non per niente si definì fino all’ultimo un “ragazzo del ’99” , per evidenziare la sua vocazione per la battaglia culturale. Il suo rigore ideologico e il sospetto che nutriva in vario modo verso le tendenze della cultura di massa lo portarono però, negli anni Novanta, a un clamoroso cambiamento di fronte. Condivise con Montanelli  la rottura con  Silvio Berlusconi  e la conseguente nascita de La Voce. Da allora, Orlando si trovò paradossalmente al fianco dei nemici di prima. Nel 1996 venne anche  eletto deputato nelle liste dell’Ulivo in Molise. Nel 2008 divenne condirettore  di Europa. Un percorso indubbiamente singolare quello di Orlando, che si spiega certamente con la particolarità della storia italiana dei decenni passati, ma anche, forse, con quella sorta di pessimismo politico che percorre da sempre una parte dell’intellighenzia moderata italiana.