A dieci anni dalla morte di Alessandro Vicinanza diciamo ancora “ciao Macedone, non abbiamo perso le tracce”

Lui è Alessandro Vicinanza. Lui non c’è più da dieci lunghi anni.  Tanti ne sono trascorsi dalla morte del “Macedone”, quel maledetto 1 agosto 2004, quando a 39 anni se n’è andato via in punta di piedi a causa di una brutta malattia trascurata, lasciandoci tutti con un nodo alla gola e una carrettata di sensi di colpa per non aver capito, per non aver fatto abbastanza. Sulle scalinate della Sapienza, lungo il corridoio che collega Giurisprudenza a Scienze politiche (culla sicura la prima, terra dei lupi la seconda), in mezzo agli  occupanti dalla “parte sbagliata”, Carpe diem contro la Pantera, a Sommacampagna con il sedicente “gruppo cultura” a macinare distici e distillare frammenti di vita per i nuovi arrivati, ai “campi” in montagna, silenzioso, attento e pungente. E poi a presidiare via di Villa Lauricella e via Muzio Attendolo, quadrante sud della Capitale, sedi disordinate della sua acerba e straordinaria creatura: la casa editrice il Bosco e la Nave. Messa in piedi con la testardaggine di un capitano coraggioso in erba (pochi soldi e tutti buttati lì dentro), sulle tracce di Jünger per diffondere la cultura della tradizione, politicamente scorretta e mai arroccata nella torre d’avorio della destra autoreferenziale. Di Alessandro, classe ’64, romano, militante del Fronte della Gioventù, dirigente di Fare Fronte, pioniere della destra di fine anni ’80 (quella delle incursioni in campo nemico, quella di Morbillo prurito e avventura la rivista underground che bucò gli stereotipi del post-fascismo vetero-missino –  quella dei convegni alla Sapienza pieni di studenti veri – non le comparse di partito – ad annusare D’Annunzio, il poeta soldato, il futurismo rivisitato da Pablo Echaurren e Claudia Salaris,) uomo di cultura, editore, non c’è  traccia nelle rassegne stampa, nei saggi sulla destra, poche righe sul web, solo qualche timido accenno della sua attività editoriale troppo a lungo ignorata.

Sconosciuto al “grande pubblico” per la sua indole riservata fino al limite dell’anonimato, Macedone è stato un gigante invisibile. Per lui il sapere non era sfoggio accademico, né amore per la citazione, ma un mezzo, il più importante, per contagiare il mondo e costruire una realtà capace di inverare la visione del mondo improntata alla tradizione. Profondo conoscitore della cultura europea, fondò il centro studi Il Bosco e la Nave e poi la casa editrice omonima. Vocazione nazionalpopolare, per il suo battesimo la casa editrice scelse la pubblicazione di una collana di magliette firmata tipidicarattere, un distillato di immagini, autori (Nietzsche, Céline, Pound, Lawrence d’Arabia) e frammenti  significativi di un modo di essere e di stare al mondo. I pochi anni di vita, l’innata incapacità manageriale e la maniacale precisione non permisero ad Alessandro di realizzare la sua missione, il progetto di fare de Il Bosco e la Nave un punto di riferimento di primo piano per la cultura della tradizione in Italia. Quel poco che fece, però, ha lasciato il segno per chi lo sa vedere. Fiore all’occhiello della casa editrice la pubblicazione di un testo dedicato all’architettura liturgica dal titolo Riconquistare lo spazio sacro e quella sulla mostra internazionale di arazzi e opere d’arte, sempre di matrice religiosa, del maestro rumeno Camilian Demetrescu, ancora oggetto di dibattito in diverse università europee.

Ad Alessandro Vicinanza è dedicato un premio letterario dal titolo “Un viaggio lungo un’emozione”, giunto alla quarta edizione. Solo uno strumento per non smarrire la memoria, la statura culturale,  il coraggio e, soprattutto, per contribuire, come la tessera di un mosaico, a diffondere un modo non conformista di pensare e di vivere.