Trattativa Stato-mafia: botta e risposta fra Grasso e Messineo nell’aula bunker dell’Ucciardone

La prima volta di Pietro Grasso, presidente del morituro  Senato,  nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, ovviamente in qualità di teste, è una di quelle notizie che regge dignitosamente in solitaria. Se aggiungiamo che il processo è quello sulla presunta trattativa con la mafia,  ovvero il profluvio di polemiche che hanno coinvolto gangli vitali dello Stato, raggiungendo financo il Colle più alto della Capitale, è ovvio che l’attenzione mediatica sia al livello massimo. Cosicché i fortunati cronisti hanno potuto vivere in diretta sia la puntigliosa versione dei fatti ricostruita da colui che fu, sino alla folgorazione bersaniana dello scorso anno, il capo della Pocura nazionale antimafia sia, cosa ancor più gustosa, il piccato e inatteso botta e risposta col procuratore di Palermo Francesco Messineo. Ma andiamo per ordine.

Con tono fermo e con fare sadente Grasso ha spiegato di aver voluto essere presente a Palermo «per venire incontro alle esigenze della verità e della giustizia» rinunciando di buon grado alle sue prerogative che gli avrebbero potuto evitare la trasferta. Parole alle quali sono seguiti i ringraziamenti di Procura e difese. Espletati i convenevoli ecco perciò il vivo della deposizione. E cioè le richieste più o meno pressanti ricevute da Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza,  direttamente o per tramite dell’ex consigliere giuridico del Quirinale D’Ambrosio, deceduto lo scorso anno. Sul punto Grasso è stato lapidario: ricordato che non sussistevano gli estremi per una avocazione delle indagini condotte da tre distinte Procure, l’ex responsabile della Dna ha sottolineato che nessuno, formalmente, lo sollecitò a togliere le indagini ai pm. Insomma tutto normale e tutto chiaro. Quasi che fosse inutile non solo la deposizione, ma persino il processo medesimo. E tutto il can-can che a latere si è sviluppato in questi ultimi mesi. Ma siccome qualche contenzioso e qualche strascico tutte le polemiche l’hanno pur lasciato ecco che il presiente del Senato ha pensato bene di togliersi qualche sassolino. E rivolto al banco della Procura ha chiarito che si sarebbe aspettato «di essere citato non solo come teste, ma come persona offesa visto che qualcuno, come il pentito Brusca, aveva detto che ero tra quelli a cui dare un colpetto per ravvivare la fiamma della trattativa». La risposta del procuratore Messineo non è tardata. Ed è stata puntuta: «Qui non stiamo celebrando un processo per strage o per mancata strage, ma per violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato». Fine del round.