Sos mondine: il nostro riso è in crisi. Coldiretti: «Un’eccellenza per qualità e tipicità che va difesa»

Nell’era del brand della contraffazione. Tra ciliege importate dal Cile e pizze napoletane preparate con pomodori albanesi e mozzarella rumena. Nella stagione dello Spicy thai pesto statunitense, del Parma salami messicano, della mortadella siciliana dal Brasile, del salame calabrese prodotto in Canada e del provolone del Wisconsin. In anni che hanno visto svuotare lo scaffale delle nostre eccellenze agro-alimentari e il marchio del Made in Italy periodicamente depauperato di prodotti e griffe che sono stati il fiore all’occhiello del suo blasone. Dopo il passaggio in mani straniere di aziende tipiche che hanno nutrito storia e tradizioni gastronomiche del Bel Paese, e gli scandali delle mozzarelle blu, del pollo agli antibiotici, delle uova alla diossina, delle mucche pazze, non dovrebbe stupire più di tanto che anche il riso che finisce sulle nostre tavole non sia più quello di una volta. Anzi… E invece, un report di settore diffuso dalla Coldiretti allarma e rattrista al tempo stesso, perché un altro pezzo della cultura gastronomica italica rischia la macellazione nel tritacarne dell’importazione selvaggia. Dall’inizio della crisi, il 2007, «ha chiuso quasi una azienda di riso su cinque, e la situazione sta precipitando nel 2014 con la perdita di posti di lavoro e pericoli per la sicurezza alimentare dei consumatori a causa dell’invasione di riso proveniente dall’Asia»: è l’allarme lanciato in queste ore con un blitz di agricoltori, di mondine e delle loro famiglie nelle città dei territori di produzione (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Sardegna) con la presentazione alle istituzioni del Dossier Coldiretti indirizzato a denunciare il rischio di estinzione di una coltivazione importante per la salute, il territorio e l’occupazione.

Certo, sempre secondo Coldiretti, il Belpaese è ancora il primo produttore europeo di riso su un territorio di 216000 ettari, con un ruolo di prim’ordine dal punto di vista ambientale e delle  opportunità di lavoro che offre a oltre 10000 famiglie tra dipendenti ed imprenditori, eppure la situazione volge progressivamente verso un crinale drammatico. Le importazioni agevolate a dazio zero dalla Cambogia e dalla Birmania hanno fatto segnare un aumento del 754 per cento nei primi tre mesi del 2014 rispetto allo scorso anno, e il problema non è solo economico e culturale: a rischio, infatti, c’è anche la salute dei consumatori, un rischio purtroppo all’ordine del giorno rilevato con il sistema di allerta rapido Europeo, che negli ultimi tempi ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica a causa della presenza di pesticidi non autorizzati e dell’assenza di certificazioni sanitarie. Insomma, da un lato le importazioni invadono il mercato nazionale, soppiantandolo; dall’altro, nei nostri piatti finisce del riso con pesticidi tossici vietati da tempo in Europa. Una situazione sempre più pesante e indigesta, che si deve affrontare – ha ribadito il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo da Piazza Catsello a Torino – in nome di «una realtà da primato per qualità, tipicità e sostenibilità, che va difesa con l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza, la pubblicità dei nomi delle industrie che utilizzano riso straniero, l’applicazione della clausola di salvaguarda nei confronti delle importazioni incontrollate ma anche l’istituzione di una unica borsa merci e la rivisitazione dell’attività di promozione dell’Ente Nazionale Risi». Altro che riso amaro…