Riunificare o rifondare? Il centrodestra tra antichi vizi e nuove speranze

E’ possibile riunificare il centrodestra? E, se è possibile, in che modo, con quali formule, attraverso quali percorsi? Bastano le parole concilianti del “padre” del Pdl che fu (il Berlusconi del “predellino”) e la ritrovata disponibilità al dialogo del “parricida” (l’Alfano scissionista, bollato dal Cavaliere con l’epiteto di traditore) a restituire organicità unitaria ad un soggetto politico che, col senno di poi e l’intuizione dei pochi che misero in guardia da una affrettata fusione a freddo tra forze politiche (AN e FI), con storie, tradizioni e culture differenti, anche  se unite dal mastice dell’anticomunismo, dell’anti-sinistra, da una visione aperta e liberale della società e da un senso comunitario del vivere collettivo? E ancora: si possono federare, ossia unire in un progetto comune, forze che pure vagamente dicono di voler essere alterative alla sinistra, o più esattamente al “renzismo” dilagante, ma che, nella fase attuale, hanno assunto posizioni distinte: chi al governo, come il Nuovo centrodestra;  chi,  pur stando all’opposizione, non disdegna di sostenere la spinta riformatrice di Renzi (Forza Italia) e chi, invece, ha assunto posizioni più nette e radicali, e di “collaborare”  con il premier non vuol proprio sentir parlare, qual è, appunto, la linea adottata dalla Lega e da Fratelli d’Italia? Si tratta di opzioni distinte e distanti. Talmente distinte e distanti che apparirebbe ridicolo ricondurle nell’alveo di un pensiero unificante così di botto, come se le separazioni avvenute fossero state  uno scherzo e  il calcolo delle  convenienze, che pure in politica ha un peso, fosse l’unico, il solo  metro di giudizio , l’arma diabolica per ricondurre all’ovile una enorme fetta di elettorato moderato deluso, sfiduciato, disorientato , stanco di litigi, camarille e comportamenti non proprio edificanti di una classe politica che ha gettato al vento, in men che non si dica, un patrimonio enorme di idee, di consenso, di speranze,  di volontà, di competenze. Se qualcuno ha in mente di dar vita ad un cartello elettorale, per quanto importante possa essere presentarsi uniti a partire dalle elezioni regionali del prossimo anno, meglio che cambi registro. Non si ricostruisce né si rifonda il centro destra se non si cambiano usi e costumi, metodi , forme, procedure; se non si avvia un fase costituente che, per essere credibile e produttiva, richiede uno sforzo di elaborazione eccezionale, il parto di idee-forza che possano attrarre e destare entusiasmo, un rinnovamento di uomini e donne che non si basi unicamente sulla data di nascita,  che non si lasci influenzare da quel salto generazionale che da qualche tempo è diventato il refrain del cambiamento, come se bastasse un volto giovanile a dar corpo e sostanza ad una idea rivoluzionaria. Sì, perché è proprio questo quel che ci vuole: una Rivoluzione. Nel senso autentico della parola. Un rivolgimento di tale vigore e potenza che faccia poggiare su nuovi paradigmi il contenuto progettuale della Destra, recuperando e aggiornando un patrimonio ideale e valoriale che è andato disperso e in frantumi. Un ribaltamento del metodo oligarchico che ha fin qui determinato la individuazione di dirigenti, parlamentari, ministri e via dicendo, affidando, invece, a meccanismi selettivi  che partano dal basso l’individuazione di una classe dirigente degna di tal nome. Certo, le aperture alle primarie e qualche timido annuncio  di resettamento della linea fin qui tenuta sulla riforma del Senato e  sul sistema elettorale , sembrano andare nel verso giusto. Ma non basta. Se riunificazione deve esserci – ed è bene che ci sia – si rifletta sugli errori del passato e si offra spessore culturale ad un reale e forte Progetto per l’Italia. Non è più epoca di sommatorie di sigle  a prescindere.  Perderemmo soltanto tempo  e non recupereremmo i voti perduti.